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No al presidenzialismo: progettualità contro rappresentazione

di Franco Astengo

Proprio alla vigilia dell’elezione parlamentare del Presidente della Repubblica è improvvisamente decollata nel dibattito pubblico la discussione sulla forma di governo.

Il partito neo-fascista (auto dichiaratosi “conservatore”) ha lanciato senza mezzi termini l’idea dell’elezione del Capo dello Stato da parte del corpo elettorale con lo scopo dichiarato di abbandonare quella che è stata definita la “palude parlamentare”.

“Repubblica” ha immediatamente corrisposto all’input ricevuto pubblicando l’esito di un sondaggio che assegna il 74% ai favorevoli dell’ipotesi presidenzialista.

Prima di tutto , per inciso,va fatto notare che la percentuale dei contrari (all’incirca il 22%, mentre il 4% non si è pronunciato) più o meno corrisponde alla percentuale che nel 1993 si oppose ,nel referendum del 18 aprile, alla proposta del maggioritario e, ancora, nel 2020 rifiutò l’ipotesi di riduzione del numero dei parlamentari: si può quindi affermare che, nella sostanza, la forma parlamentare disegnata dalla Costituzione sia stata difesa (in passato) e sia difesa (al presente) da una minoranza che non sarebbe sbagliato definire comunque come “consapevole”.

Tornando al filo principale di questo discorso è necessario cercare di approfondire un tema molto delicato cercando di entrare nel merito delle trasformazioni avvenute nel corso degli anni nel sistema politico e nella percezione da parte dell’opinione pubblica delle diverse dinamiche via via intervenute.

Da diverso tempo si notano chiari segnali di mutamento nei rapporti che legano la Comunità all’Autorità Politica.

Questi cambiamenti non sono stati però diretti nel segno atteso e da molti auspicato di una partecipazione politica più informata, più consapevole e meno vincolata a logiche di clientela.

Al contrario, un tasso significativo di apatia nel confronti della politica è rimasto un carattere costante, anche quando sono stati proclamati intenti di grande trasformazione.

Nel frattempo è costantemente diminuita la partecipazione al voto, ben oltre la dinamica dell’allineamento al trend delle cosiddette “democrazie mature”.

Nei decenni trascorsi si sono registrati fenomeni di coinvolgimento innovativi, dai referendum (2006, 2016) a quelle manifestazioni di varia natura che hanno dato origine all’esperimento tentato dal M5S, giornalisticamente definito come “antipolitica”, che dopo aver raccolto una grande messe di consensi è miseramente naufragato nell’allineamento alla conservazione dello “status” raggiunto dai singoli e nell’ulteriore incremento della disaffezione fornendo una ben misera prova di sostanziale “gattopardismo”.

Nel frattempo le forme di mobilitazione successive a quelle degli anni della guerra fredda, e quindi non direttamente riconducibili allo scontro tra quelli che furono i partiti tradizionali ( compresi nell’arco costituzionale ma divisi dalla “conventio ad excludendum”) hanno avuto un impatto comparativamente assai inferiore rispetto alle precedenti, pur diventando rilevanti nell’orientare politicamente alcune significative minoranze di italiani (come nel caso della “prima” Lega Nord).

Inoltre l’associazione tra appartenenza sociale e occupazionale e comportamento politico oggi è meno rilevante soprattutto dalla parte dei settori più deboli della società di cui fanno parte, dentro ad emergenti fenomeni di precarizzazione e di impoverimento generale, gli immigrati.

Intanto l’impatto dell’innovazione tecnologica sul mutamento delle forme di lavoro e la crescita esponenziale della precarietà nelle sua diverse articolazioni hanno reso più difficile e complessa l’individuazione delle “fratture” derivanti dalle diverse forme di sfruttamento che si presentano nella “modernità” e che agiscono direttamente nel determinare una sorta di “sfibramento sociale”.

Si tratta di fenomenologie che ampliano lo spettro delle distinzioni di classe e si trovano raccolte all’interno di elementi di assoluta prevalenza da parte dei mezzi di comunicazione di massa e dei social media nella formazione dell’opinione pubblica,

Una egemonia del virtuale ormai arrivata al punto tale da rendere quasi trascurabile l’appartenenza di tipo ideologico a favore di un’opinione fuggevole e mutante sottoposta fortemente alla pressione dell’immediatezza dello “scambio politico”.

In questo quadro la “capacità di custodia delle porte del sistema politico” (il gate-keeping nella terminologia politologica) dei partiti e delle élite politiche appare strutturalmente indebolita.

Si sono così fatti strada fenomeni di verticalizzazione delle istituzioni di governo e di maggiore visibilità degli attori – chiave dei processi decisionali.

E’ emerso il “fattore leaderizzazione”, ovvero la tesi che lega la stabilità politica di un sistema alla capacità di comunicazione mediatica e al gradimento di un leader costantemente alle prese con le valutazioni del pubblico in quella che molti studiosi hanno identificato come “campagna elettorale permanente”.

Tale fenomeno viene anche definito come “presidenzializzazione della democrazia” quando l’oggetto di questa particolare attenzione del pubblico si restringe ai capi degli esecutivi nazionali.

Se allora vogliamo limitare l’analisi al tipo di proposta di elezione diretta del Presidente della Repubblica così come questa è stata avanzata nel quadro specifico del sistema politico italiano si tratta, prima di tutto, di valutare quanto l’enfasi sulla figura e sul valore aggiunto garantito da un dato leader debba necessariamente rappresentare una componente decisiva del rapporto tra pubblico e politica anche oltre il momento elettorale.

Deve essere chiaro che per superare questo elemento della “campagna elettorale permanente” l’idea presidenzialista contempla oggettivamente proprio l’idea di abbandonare la “palude parlamentare” con un conseguente stravolgimento dell’impianto costituzionale e uno spostamento secco del ruolo delle istituzioni verso forme dirette (appunto non parlamentari) di “decisionalità” (bonapartismo, cesarismo, passaggio definitivo dalla “politica del pubblico” alla spettacolarizzazione della “democrazia recitativa” ?).

Dalla fine della guerra fredda in avanti abbiamo registrato il tramonto dell’ipotesi bipolare e, successivamente, anche quella di un ritorno alla “teoria dei due forni” rielaborata attraverso la formazione di due governi avvenuta nel corso della XVIII legislatura avendo assunto il M5S , in maniera del tutto inadeguata, il ruolo di “partito pivotale”: il risultato è stato quello di un’assunzione di “primato esecutivo” della tecnica con la conseguente emersione di una larga sfiducia verso la delega partitica.

Gli elettori “telespettatori” guardano alle persone piuttosto che ai partiti come organizzazioni e hanno imparato ad utilizzare gli strumenti di comunicazione politica, trasformando le modalità di partecipazione ed esponendosi nella campagna elettorale permanente con fette dell’opinione pubblica che subisce influssi emotivi post-razionali come si è dimostrato nel corso dell’emergenza sanitaria.

Si tratta di elementi di allineamento con i trend conosciuti su scala globale: ma non si debbono dimenticare le caratteristiche originarie del sistema italiano e la complessità dell’attuale competizione politica.

Il sistema politico italiano presenta, infatti, una propria specifica articolazione che ha comunque pesato anche nella fase di trasformazione della “democrazia del pubblico”.

Le difficoltà che si incontrano nella messa a punto anche degli strumenti più semplici di regolazione dei rapporti tra economia, media e politica ben rappresentano l’evidenza più nitida della specificità del “caso italiano”.

L’opposizione al progetto di istituzionalizzare il fenomeno della leaderizzazione attraverso l’avvento della formula di elezione diretta del Presidente della Repubblica deve allora tener conto di questi elementi di complessità.

Non è sufficiente agire all’insegna dello slogan “Difendere la Costituzione”, che pure deve essere mantenuto con chiarezza.

Occorre tenere salda un’idea di sistema politico che affermi l’istituto parlamentare come centrale degli equilibri decisionali ( voto di fiducia all’esecutivo, elezione parlamentare del Presidente della Repubblica, limitazione dell’intervento legislativo su iniziativa del Governo, statuti dell’opposizione, sistema elettorale proporzionale).

Per muoversi nella direzione di un efficace contrasto verso l’ipotesi presidenzialista sarà però necessario rilanciare e ridefinire il ruolo dei partiti, che rimangono il soggetto decisivo per mantenere la centralità del Parlamento.

E’ ormai superata la fase che aveva mostrato partiti impegnati per lo più nella difesa statica della propria identità ideologica, ma non necessariamente decisivi nello svolgimento delle politiche pubbliche.

Veri e propri “sconvolgimenti di sistema” (cessione di sovranità dello “Stato – Nazione”, mutamenti profondi nell’identità sociale, utilizzo delle nuove tecnologie) hanno causato una caduta di riconoscibilità con una conseguente perdita di capacità di rappresentanza.

Oggi per contrastare ed evitare una torsione autoritaria serve far ritornare il soggetto collettivo organizzato ad una funzione di dinamico innovatore di policy.

Occorre che i partiti sappiano ritrovare la capacità di un “esercizio della critica” e di una “progettualità sistemica” rispetto alle difficoltà delle nuove tematiche tecnologiche, ai temi eticamente sensibili, , all’impatto dell’interdipendenza economica.

Le organizzazioni politiche debbono tornare a fornire di nuovo le “armi della critica” e della “progettualità di sistema” rispetto all’attenzione crescente verso i media e nei confronti dell’attuazione e della valutazione dei processi decisionali.

Il punto di riaffermazione del sistema parlamentare passa attraverso una sconfitta dell’idea presidenzialista di cui va posta in discussione una visione “semplificatoria” dell’azione politica da esercitarsi attraverso forme non collaudate di interazione sociale.

I partiti debbono saper intendersi quali espressioni di nuova capacità di funzionare come soggetti di integrazione di massa , di pedagogia politica, di visione e di progetto ricostruendo così senso di appartenenza e identità.

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