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La spinta dello sciopero politico

di Franco Astengo

Il 16 dicembre si è svolto, dopo molti anni, uno sciopero “politico”.

Definire sciopero “politico” quello proclamato da CGIL e UIL, rappresenta un’affermazione impegnativa ma ben giustificata dai fatti.

Il senso dell’iniziativa di CGIL e UIL rivolta al merito della manovra economica che sta preparando il governo Draghi non può essere definito diversamente.

Il punto della vicenda in corso non risiede, infatti, semplicemente nella necessità di riaprire un confronto nei termini materiali, pur decisivi dei numeri delle poste di bilancio e delle percentuali delle aliquote fiscali.

Per giudicare l’esito della giornata non ci si deve però appendere ai “numeri” raggiunti dalla mobilitazione e dalla presenze nelle piazze. e i risultati che si avranno rispetto alla mediazione possibile sicuramente non saranno all’altezza delle aspettative che dovrebbero risultare insite in un così grande sforzo di massa.

Intendiamoci: erano scioperi “politici” anche quello del 1984 per la difesa della scala mobile e quello del 2002 sull’articolo 18 (difatti in entrambe le occasioni si verificò uno sbocco referendario, quanto di più “politico” si potesse immaginare).

Quello di oggi assume però un significato diverso anche rispetto a quegli episodi del passato.

Sarebbe imperdonabilmente ingenuo affidare a questa giornata una missione quasi “salvifica” dopo anni di arretramento “storico” sul piano delle condizioni materiali di vita e dell’esercizio dei diritti: arretramento “storico” dovuto anche ad analisi sbagliate sullo sviluppo, di compromissioni su temi decisivi, su deficit evidenti sul piano dei rapporti sociali e delle espressioni culturali accumulati dal Sindacato e dalla sinistra ormai da molto tempo.

Una Sinistra quasi afona e pressoché priva di rappresentanza istituzionale: un nodo quest’ultimo che dovrebbe essere affrontato con realismo e concretezza perché dal suo scioglimento positivo dipenderà buona parte della possibilità di contrasto verso lo scivolamento definitivo verso forme di governo e di presenza politica pericolosamente diverse da quelle della democrazia repubblicana.

Torniamo però all’oggi.

E’ stato detto: si presenta l’occasione di dar voce a chi soffre e non è ascoltato.

Ma c’è di più: oggi CGIL e UIL “coprono” oggettivamente quel vuoto di soggettività di cui si discute da molto, troppo tempo, senza che si sia riusciti ad assumere una iniziativa conseguente sul piano di avviare un discorso a sinistra di progettualità e di visione unitaria.

In una situazione nella quale è incombente il rischio di regalare il disagio sociale alla destra o a un confuso movimentismo (movimentismo che sui temi sollevati dall’emergenza sanitaria assume paradossalmente caratteristiche ideologiche addirittura sul terreno delle valutazioni scientifiche) gli esiti di questa giornata devono senz’altro essere prima di tutto giudicati in termini di utilità sul piano sindacale.

Servirà però anche muoversi oltre nell’analisi e nella proposta: la mobilitazione del mondo del lavoro può e deve rappresentare l’occasione per spingere la riflessione e l’iniziativa sul “vuoto” politico nel quale siamo (anche colpevolmente) capitati.

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