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Ricostruire la coscienza di classe

di Franco Astengo

La Commissione Europea ha riconosciuto i rider e i lavoratori delle piattaforme digitali come subordinati.

Quindi dovranno essere assunti all’interno dei confini del lavoro dipendente.

La direttiva, contenuta nel pacchetto lavoro, una volta approvata dal Parlamento e dal Consiglio, diventerà una vera e propria legge alla quale gli Stati Membri dovranno uniformarsi.

Si tratta di una svolta per persone spesso considerate dai giganti dell’economia digitale lavoratori autonomi, retribuiti con paghe minime e senza alcuna tutela.

Si tratta di lavoratori che hanno come “Capo l’algoritmo” (dal libro di De Stefano e Aloisi): l’algoritmo che gestisce il lavoro e punisce quando il rating degli utenti è negativo, oppure ci si rifiuta di lavorare in una certa fascia oraria e, ancora, giudica la velocità del tuo lavoro: a quel punto ti cancella dall’app, ti espelle e non ti fa più lavorare.

Questa non è autonomia.

Anche perché il lavoratore non decide quanto farsi pagare e come lavorare.

Un discorso che non riguarda soltanto la consegna del cibo a domicilio (in grande crescita dopo il lockdown e l’obbligo del green-pass per sedere al ristorante) ma anche il lavoro domestico e quello online come il crowdworking: una vasta platea di lavoratrici e lavoratori se si pensa che, soltanto in Italia, i rider privi di tutele assommano a 1.500.000 persone.

La direttiva della Commissione Europea rappresenta soltanto il primo momento di una lotta politica che dovrebbe essere condotta a livello sovranazionale avendo chiaro la necessità prima di tutto di ricostruire una coscienza di classe.

Lo smarrimento individuale della consapevolezza della propria condizione sociale ha rappresentato il dato saliente nel corso del processo di frantumazione del mondo del lavoro imposto come caratteristica fondativa dell’evoluzione capitalistica verificatasi dall’inizio del XXI secolo poi esplosa con l’evoluzione digitale e la modifica della rete di scambio a livello globale.

Rispetto ai canoni di riferimento dettati dalla storia del movimento operaio occorre essere coscienti delle condizione di arretratezza nella quale si trova buona parte delle forza – lavoro anche qui nell’Occidente “capitalisticamente maturo”.

Un’arretratezza che sta anche alla base della modifica dei rapporti di forza sul piano politico.

Nel corso dei “Trenta gloriosi” (Hobsbawan – Rossanda ) nel momento dell’avvento e dello sviluppo del ciclo taylorista – fordista , della ristrutturazione dell’industria bellica , del ciclo “nazionale” del consumismo di massa si verificò, all’interno dei soggetti rappresentativi della classe, una rielaborazione teorica attraverso la quale fu possibile riconoscere i punti d’attacco sui quale basare una diversa stagione di avanzamento di diritti e di capacità d’iniziativa politica.

Ciò avvenne sia su impulso della socialdemocrazia del Nord Europa sia nei settori sindacali e della sinistra “critica” in Italia, fino a sfociare nel lungo ‘68 italiano (come modello europeo) con l’identificazione delle leve di sviluppo del capitalismo e l’individuazione dell’operaio – massa come soggetto della trasformazione sociale con la conseguente la ripresa della tematica consiliare riconoscendo così l’autonomia politica del lavoro di fabbrica.

Tutto questo si verificò in conclusione di un lungo ciclo di guerra di posizione e di rivoluzione passiva che aveva caratterizzato l’immediato dopoguerra in un quadro (riferito all’Italia) di repressione poliziesca sulle lotte e di vero e proprio “pagamento dell’intero prezzo” da parte della classe operaia dei costi della fase di trasformazione del ciclo produttivo in previsione del “miracolo economico”.

Oggi è necessario comprendere, prima di tutto, la reale condizione che si è verificata di arretramento sul piano dei rapporti di forza e della strategia dei diritti; in secondo luogo debbono essere considerate le difficoltà del sindacato nel riuscire ad esprimere una strategia di lungo periodo con il rischio di corporativizzazione della confederalità; in terzo luogo è emersa da tempo la totale assenza di una soggettività in grado di offrire un quadro complessivo di organizzazione utile al riconoscimento della “classe” con lo sviluppo di una funzione concreta di pedagogia politica.

La prospettiva della ricostruzione della coscienza di classe, attraverso una vera e propria rielaborazione teorica sulla base della quale offrire una adeguata piattaforma di iniziativa di lotta e di rappresentanza appare come la sola frontiera possibile per proporre l’esercizio di un efficace contrasto all’egemonia del potere capitalistico sul lavoro esercitato attraverso imperscrutabili algoritmi (e più avanti con la necessità di recuperare coscienza di ciò che ci riuscirà a imporre l’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella sostituzione delle forme tradizionalmente considerate di “lavoro vivo”).

Il capitalismo sta evolvendosi nell’utilizzo delle piattaforme digitale in funzione del perpetuare l’esercizio del proprio dominio: dobbiamo cercare di far capire che dietro di esse ci sono persone in carne e ossa, uomini e donne che hanno diritto alla loro vita.

Foto di mohamed Hassan da Pixabay

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