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A partire da Balibar: considerazioni e interrogativi sul presente (e sul futuro …)

di Fulvio De Lucis

Nel 2020, proprio un anno fa nel maggio, mi capitò di leggere un articolo di Etienne Balibar, col mio solito disordine mentale, per poi accantonarlo, uno dei miei soliti errori da principiante.

Forse alcune riflessioni, oggi, sono necessarie per capire meglio le scelte che la crisi ci sta imponendo.

Balibar sottolinea “l’incertezza dei tempi, e dal maggio dell’anno scorso lo scenario non è cambiato molto, nel senso che non sappiamo se e quando finirà la pandemia e la crisi sanitaria che questa provoca, nè sappiamo bene gli effetti della crisi economica che ne consegue”.

Tale indeterminatezza rende possibile descrivere una crisi di dimensioni storiche: non una semplice “interruzione” nella vita di una società, ma un cambiamento forse radicale, che costringe dunque a scommettere su mutamenti sconosciuti, mettendo insieme ciò di cui disponiamo in termini d’esperienza e analisi, per immaginarne le possibilità.

Non ci sarà un ritorno alla situazione precedente.

Ci ricorda la famosa formula elaborata da Lenin nel 1920: «Chi sta in alto non può più vivere (e governare) come prima e chi sta in basso non vuole più vivere (ed essere governato) come prima». Una profezia? Oppure la descrizione di una situazione di fatto?

L’autore, e qui è materia di riflessione, sostiene che non sappiamo con quali tempi possibili, che la crisi rivela delle condizioni che sono diventate incompatibili con la riproduzione del regime precedente e di cui fanno integralmente parte le reazioni di rifiuto che suscita nei “governati”. Essa si dà in una situazione tesa all’estremo, in cui il governo della società è diventato molto amministrativo, dei modelli di crescita economica, della “sostenibilità” dei debiti, della tolleranza per il divario della ricchezza e per le discriminazioni culturali, o della legittimità delle forme d’autorità.

Per questo motivo essa innesca un processo di transizione che non potrà più essere bloccato, ma le cui modalità e orientamenti restano indeterminati.

Verso dove? Questi sono concetti generali, direi scatole vuote.

Ma è evidente precisare che:

1 – Alcuni poteri forti credono di poter continuare come prima, mettere a profitto lo“shock” della crisi, per accentuare e accelerare cambiamenti, già operanti nel periodo precedente. Negli appelli a “far ripartire l’economia”, senza riguardo per il costo umano, si vede il progetto di accelerazionismo neoliberale con i suoi gli effetti devastanti. Queste tendenze – che si tratti della finanziarizzazione o dell’indebitamento generale, delle rivoluzioni nella divisione del lavoro, o della mercificazione dell’ambiente – cercheranno di realizzarsi, ma si scontreranno con ostacoli altrettanto potenti.

Perciò le conseguenze non saranno una “riproduzione allargata” del neoliberalismo.

Le forze dominanti del capitalismo devono reinventare una strategia di dominio e un progetto ideologico. Quali rischi? Queste non potranno avere luogo senza violenti conflitti interni tra differenti “egemonie”.

2 – La globalizzazione nella sua forma attuale produce un’interdipendenza delle economie e delle società , ma non ha uniformato i regimi politici, pareggiato i livelli di benessere, o avvicinato le tradizioni culturali in seno al “sistema – mondo”.

Essa implica delle polarizzazioni molto forti tra il Nord e il Sud come tra l’Est e l’Ovest.

E’ suscettibile di generare conflitti, eventualmente guerre su diverse “frontiere”.

Ogni analisi di una situazione locale dipende così dal posto che essa occupa in un campo di relazioni geopolitiche instabili.

Interessante l’individuazione di un nodo strategico nella crisi dei servizi pubblici, e non si riferisce solamente alla Francia, credo che l’Italia ricada nella stessa analisi con le dovute differenze specifiche, ma ciò che colpisce, è il fatto che la vita di un intero paese – dalla sua attività economica fino all’intimità degli abitanti – graviti attorno alla qualità, alle risorse e alle insufficienze del suo sistema di sanità pubblica.

E’ palese che la medicina faccia irruzione al centro della politica, non solamente in quanto istituzione incaricata di una funzione sociale indispensabile, ma in quanto servizio dei servizi, la cui interruzione o il cui malfunzionamento blocca tutto e che, conseguentemente, dev’essere

preservato a ogni costo.

Michel Foucault propose di ripensare la politica intera, o le sue condizioni di possibilità, nei termini della biopolitica, per cui “il far vivere e il lasciare morire” non è un ambito specifico, ma il primo oggetto di governo e la base di tutti i rapporti di potere.

Un’idea o anche una natura precisa delle relazioni tra le politiche dello Stato (liberali, socialiste, neoliberali), le forme storiche dello Stato stesso consecutive l’una all’altra e la manutenzione quotidiana della società da parte dei servizi pubblici, che si è trovata messa in questione dallo “stato d’eccezione” sanitario attuale ?

È possibile presumere che tale questione dominerà l’intero prossimo periodo “strategicamente”, attraverso inevitabili rapporti di forza.

Servizio pubblico, poteri pubblici, funzione pubblica, ordine pubblico, finanze pubbliche, tutto ciò che gravita attorno al problema della salute e delle condizioni della sua protezione e dei suoi usi: questo è, mi sembra, il nodo delle questioni attorno alle quali dobbiamo cercare di riflettere per articolare emergenza immediata e prospettiva di lungo termine.

Prima di tutto, la sanità è un “servizio” complesso, che non possiamo ridurre ai soli ospedali, anche se integrati dalla medicina di territorio: esso non funziona se non in stretta combinazione con attività produttive e culturali, l’insieme delle quali si estende a quasi tutta la società. In cima a tali attività figurano naturalmente la ricerca scientifica, l’industria farmaceutica e la tecnologia biomedica, l’informazione statistica e demografica, ma anche i trasporti specializzati, le strutture d’insegnamento superiore e professionale, gli organismi d’assistenza e di soccorso popolare, i lavori di pulizia o di ristorazione svolti dagli ormai famosi “premiers de corvée”, e, non da ultimo, quella parte di cure fisiche e psicologiche assicurate a casa da parenti e collaboratori del “malato” che si trova in ciascuno di noi…

Un servizio come la sanità pubblica è dunque non tanto un’istituzione, non tanto un “sistema sanitario” settoriale, ma un “punto di vista” sull’intera società, che tesse legami tra un gran numero di suoi membri, in breve, genera del “comune”.

La definizione dei “servizi pubblici” attraverso la funzione sociale che svolgono, il regime di diritto delle istituzioni che li garantiscono, la modalità del loro finanziamento e della loro integrazione o meno alla funzione pubblica, è una materia controversa, variabile da un paese e da un periodo all’altro.

La riflessione è obbligatoria,oggi più che mai, sul modo di produzione capitalistico e sotto la spinta dei conflitti sociali, la necessità di istituire la “cittadinanza sociale” e posta al cuore della cittadinanza politica. Da valutare se considerarlo un capitalismo riformatore ovviamente non per generosità.

Le politiche neoliberali o liberiste hanno avuto come obbiettivo di “razionalizzare” il loro modo di gestione, così come di “privatizzare” il più grande numero possibile di essi. Hanno

rivoluzionato dall’alto le condizioni di vita e di lavoro della popolazione, generando un’enorme incertezza su quali servizi possano essere ritenuti intrinsecamente pubblici, “non privatizzabili”.

Non è casuale se lo definiscono sistema sanitario invece di servizio.

La fase liberista, sposata anche dalla ex sinistra nel suo sfascio storico, e le reazioni di massa che essa provoca esemplificano l’effetto della situazione politica sulla nozione di servizio pubblico.

Quello che evidenzia Balibar, che qui deve interessarci, è l’azione di ritorno della questione dei servizi pubblici sulla politica stessa, ponendo il problema che i servizi pubblici reali, storicamente costituiti, sono sede di un conflitto molto acuto tra l’universalità e l’eguaglianza, che può assumere parecchie forme, di diversa gravità, ma sempre potenzialmente destabilizzanti, stanno raggiungendo nella crisi sanitaria, con le sue conseguenze economiche e sociali, un grado intollerabile.

I cittadini “eguali per diritto” non lo sono oggi né davanti alla malattia, né davanti ai mezzi mobilitati per proteggere la società e che fanno appello alla “solidarietà nazionale”, quando non alla necessità di una “sacra unione”.

Mettiamo un attimo tra parentesi le ricadute sugli strati sociali più deboli, lavoratori vari e immigrati, famiglie meno abbienti con la scuola,anziani ecc…. dove la solidarietà nazionale è uno slogan.

Correttamente Balibar evidenzia che: la questione dello Stato, affrontata nei termini del suo “ritorno”, ma anche sotto il profilo della sua costituzione formale e materiale, è bruscamente tornata ad essere la questione centrale del dibattito politico.

Un’alternativa la domina, ereditata dai conflitti ideologici del XX secolo: essa postula che gli interventi statali e le attività di mercato sono antitetiche le une alle altre (e a partire da ciò diventerà possibile ricercare la loro complementarità).

Le dichiarazioni che il presidente Macron è stato indotto a fare evocando i “beni pubblici”, che non possono in quanto tali dipendere dalle “leggi del mercato”, ne conseguono direttamente.

Esse hanno forse sorpreso (se non preoccupato) provenendo da un simile personaggio, ma soprattutto segnalano immediatamente l’esistenza di una profonda ambiguità, poiché il “non mercato” incarnato dallo Stato e dalle azioni di cui esso è promotore può variare tra contenuti tanto lontani quali l’investimento pubblico, la nazionalizzazione o anche la pianificazione, da un lato; e la gratuità dei servizi corrispondenti a “diritti fondamentali”, dall’altro.

In altre parole, o una limitazione della concorrenza e del profitto, che non modifica la forma – merce, o invece un’abolizione di questa forma stessa in nome di altri valori. Cosa significa uscire dalle leggi del mercato in una società e in un mondo dove esse sono generalizzate? E quali strumenti lo permettono?

Credo che questa problematica non sia un’esercitazione intellettuale, ma sostanziale su come trasformare un sistema sociale, e credo che come comunista, sia da valutare con attenzione.

Balibar non ha la pretesa di riunire in qualche formula i termini di tutte queste discussioni, ma suggerisce che la crisi in corso le sposta e orienta in due direzioni; che l’una e l’altra assegnano una funzione strategica al modo di organizzazione e al funzionamento dei servizi pubblici.

– Da un lato si pone in termini nuovi la questione della “polizia” cioè dei rapporti stretti che possono stabilirsi tra la necessità di costrizioni amministrative per organizzare l’erogazione dei servizi universali e le pratiche di normalizzazione e controllo “assoggettanti” coloro che accedono a quegli stessi servizi.

– Dall’altro si pone con rinnovata insistenza la questione di sapere se il “pubblico” e il “comune” rappresentano una sola dimensione dell’esistenza sociale, o se è opportuno invece ricercare tra questi tre concetti – lo statale, il pubblico, il comune – un’articolazione più complessa e instabile.

Se l’intera società deve essere sorvegliata ed al contempo protetta, e se alcune istanze di governo – prolungate da una rete di servizi incaricati di educare, curare, informare, assistere, censire, controllare le persone – fanno in questo modo penetrare lo Stato in ciascun “rapporto sociale”, allora il campo d’azione del servizio pubblico si espande smisuratamente e lo trasforma in macchina d’asservimento universale.

E allora? Sembra cruciale tra una problematica binaria, nella quale il servizio pubblico, perdendo la sua specificità, è costretto a “scegliere” tra l’appartenenza allo Stato e l’espressione del bene comune. Cioè l’alternativa decisiva oppone l’idea che lo Stato è per essenza il rappresentante della società o il titolare del “bene comune”, all’idea che esso costituisca qualcosa come un “apparato di cattura”, usurpante una funzione di cui i cittadini potrebbero e dovrebbero occuparsi essi stessi, nel loro proprio interesse,acquisendo le competenze e inventando le forme di governo proprie a questa missione.

E l’esperienza che stiamo attraversando ci obbliga a uscire da questo binarismo troppo semplice. Essa autonomizza la nozione di servizio pubblico, sia rispetto allo statale, che al comune, e gli conferisce una specificità, una conflittualità propria, di cui è necessario rendere conto e forse, politicamente, sapersene appropriare collettivamente.

Come ? Con una sfera giuridico – politica autonoma?

Con una concorrenza tra le due logiche, tra due tipi di potere? Necessari l’uno all’altro ma gravati di conflitti che si estendono dal piano locale a quello centrale, e oggi oltre, a dimensione globale?

Molto appropriato è l’evidenziare che il “personale sanitario” è riuscito a far capire alla popolazione ciò che c’era di “sistemico” (se non di premeditato) nello stato d’impreparazione, di scarsità, di malfunzionamento autoritario, d’ingiustizia e alle volte di crudeltà di un servizio sanitario in via di mercificazione e privatizzazione accelerate.

La coscienza comune (e credo giusta) è che il servizio pubblico ha sempre bisogno dello Stato, dai suoi vertici fino a ciò che ci arrischieremo a chiamare “lo Stato dal basso” (quello Stato che “ognuno di noi è”: funzionari, impiegati della funzione pubblica, e soprattutto i “governati” o i cittadini, nella misura in cui ci interessiamo al suo funzionamento e alle sue politiche.

E qui si pone il non facile problema se il servizio pubblico appartiene allo Stato.

Poiché non può esserne un ingranaggio o un’emanazione, deve distinguersene, anche se attraverso delle frontiere imprecise e costantemente contestate.

Per rinforzare la propria autonomia ha dunque esso stesso bisogno che il “comune” si organizzi, che si esprima e che si opponga a ragion veduta alle pratiche di governo.

Questo porta al ruolo economico dello Stato e delle trasformazioni che dovrebbe subire, della “legge del mercato” e delle sue regolamentazioni o dei suoi limiti, dei nostri stili di vita e del nostro rapporto all’ambiente naturale.

Cioè come evitare la simmetria mortale tra l’autoritarismo tecnocratico o poliziesco e la “collera” populista – di destra e di sinistra – da cui siamo ugualmente minacciati.

Pone il problema della rappresentanza partecipativa e non di una rappresentazione mediatica svuotata.

Pone le coordinate del documento “Ripensare la sinistra”, pubblicato su questo blog, elaborato negli scorsi mesi da alcuni intellettuali della sinistra, di diversa estrazione e provenienza, tra cui Laura Pennacchi, Gianfranco Pasquino, Walter Tocci, Nadia Urbinati, Vincenzo Visco e Valdo Spini.

Se riformismo ha significato in origine “riformare il capitalismo per renderlo compatibile con la società” e si è poi trasformato in “riformare la società per renderla compatibile col capitalismo”.

Foto di jplenio da Pixabay

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