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Il 1° Maggio di Enrico Letta

di Sergio Acquilino

L’articolo che Enrico Letta ha inviato a “Il Manifesto” in occasione del 1° Maggio, e dei 50 anni del quotidiano, è certamente largamente condivisibile.

Egli si sofferma in modo prioritario sulla necessità di far fronte alla disoccupazione, quella delle donne e dei giovani in primo luogo, e particolarmente al Sud (ma, aggiungeremmo noi, anche in zone del nord, come nel Savonese).

La critica (e l’autocritica) di Letta parte dalla distanza che separa la politica dai bisogni delle persone, in modo particolare di quelle in difficoltà, ed assegna – probabilmente sulla scia del successi di Biden – alle “forze progressiste di tutto il mondo” il compito di dare risposte a queste persone.

Poi però, quando il lettore di aspetterebbe un impegno deciso a favore dei lavoratori, per la loro dignità ed il loro reddito (che contribuisce non poco alla stessa dignità) il ragionamento di Letta si riduce a rivendicare l’inserimento nel PNRR di una clausola a sostegno dell’occupazione femminile e giovanile.

Nonostante che Letta nell’articolo faccia riferimento al PD come “il più grande partito della sinistra”, siamo davvero lontani da una politica di sinistra.

Non che l’incentivazione dell’occupazione femminile e giovanile non sia di per sé meritoria, ma essa non ha una particolare connotazione di sinistra: si tratta, in altri termini, di buona politica, che un qualunque partito, di qualsiasi schieramento, potrebbe rivendicare come propria.

Il mondo del lavoro, quello subordinato innanzitutto, ma anche quello autonomo, hanno però bisogno di ben altro ed il fatto che il segretario del “maggiore partito della sinistra” non si spinga oltre agli incentivi per l’occupazione (quindi, in altre parole, a nuovi contributi alle aziende), la dice lunga sullo smarrimento di qualsiasi riferimento sociale da parte del PD, che – anche con la nuova guida – sembra sempre più il partito “pigliatutti” o “dell’elenco del telefono”.

Il lavoro subordinato, incluso quello spurio della parasubordinazione (call center, riders, tirocini, ecc.) ha, innanzitutto, di fronte a sè una questione di reddito.

Se prendiamo ad esempio la retribuzione media (e, quindi, non quelle ai livelli ben più bassi dei lavoratori non garantiti), secondo le statistiche della UE, nel 2020 in Italia non arrivava ad € 21.000, di fronte ad una media UE di quasi € 23.000 e di fronte agli oltre € 29.000 della Germania ed agli oltre € 32.000 dell’Olanda, per non parlare degli € 40.500 della Svizzera, quasi il doppio della nostra. Meglio di noi anche Cipro (€ 23.189), la Spagna (€ 22.114) e Malta (€ 21.841).

Vi è quindi una grande questione retributiva che deve essere affrontata subito, a partire dall’attuazione dell’art. 39 della Costituzione in modo da rendere obbligatoria nei confronti di tutti i lavoratori l’applicazione dei contratti collettivi stipulati dai maggiori sindacati.

Un secondo punto da affrontare al più presto, diciamolo a Letta, è rappresentato dalla revisione del concetto di lavoratore subordinato, inserendo nella categoria (e garantendo quindi i relativi diritti, primi tra tutti quelli retributivi e previdenziali) tutti coloro il cui lavoro dipende economicamente ed in via esclusiva da un altro soggetto giuridico.

Bisogna poi riproporre con forza la questione delle tutele contro i licenziamenti illegittimi, riscrivendo la normativa in senso garantista ed eliminando le controriforme della Fornero e di Renzi che hanno reso più difficile far valere i propri diritti ed affermare il sindacato nei luoghi di lavoro, con conseguente disapplicazione dei contratti collettivi e perfino delle norme di sicurezza.

C’è poi una questione fiscale che riguarda il lavoro, subordinato ed autonomo, nel suo complesso.

Oggi in Italia il lavoro viene tassato più dei profitti e, addirittura, delle rendite e il peso delle imposte sui redditi da lavoro dipendente ed autonomo è diventata insostenibile.

Occorre quindi una riforma fiscale che riproponga una forte progressività tassando con aliquote molto più elevate i redditi più alti, come era già previsto dalla riforma del 1973, riducendo nel contempo le aliquote sui redditi medi ed eliminando le imposte sui redditi più bassi.

Abbiamo fatto solo alcuni limitati accenni, a titolo di esempio, per evidenziare quello che un vero “partito di sinistra” dovrebbe proporre, particolarmente se è al governo.

E ci siamo riferiti ad una semplice politica di sinistra, senza dimenticare che il Primo Maggio ci richiama a sfide ben più antiche e profonde per liberare il lavoro e la creatività umana dai vincoli del solo profitto, nell’interesse di una società nuova e giusta, ove ciascuno collabori con gli altri per il progresso di tutti.

Si tratta di un compito certamente di lunga lena, sicuramente estraneo al pensiero di Letta, da svolgere nell’interesse dell’intera umanità perché la liberazione di una parte deve significare emancipazione per tutti.

Non pretendiamo che il PD si cimenti in ciò ma, per tornare al nostro Letta, limitarsi a rivendicare altri contributi alle imprese per incentivare un’occupazione spesso precaria e comunque mal pagata è davvero troppo poco per festeggiare questo 1° Maggio 2021.
Buon 1° Maggio a tutti!

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