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Considerazioni sul “capitalismo crepuscolare” (4a e ultima parte)

a cura di Fulvio De Lucis

Se non è possibile che persona sia universale perché non esistono le condizioni strutturali per universalizzarne il concetto, se per essere persone si viola tale concetto, allora perché – pensa l’individuo atomizzato – non organizzare un sistema per cui il concetto di persona non sia universale ma sia sub – universale?

Perché non restringere il concetto di persona in base a determinate caratteristiche presunte o anche create?

Fineschi porta esempi e fatti storici, gli ariani, perché non consideriamo persone solo gli ariani?

Così la mia capacità di accedere alla personalità è meglio garantita, a me ariano ovviamente.

Perché non limitiamo il concetto di persona ai soli italiani?

Perché non limitiamo il concetto di persona ai soli cristiani?

Oppure settorializziamo ancora con i padani persone laboriose al contrario di altri parassiti e assistiti se non mantenuti …… Altri esempi sono numerosi e non in decrescita nel contesto della globalizzazione che ha dinamicizzato particolarismi egoistici.

E’ una risposta, imprecisa, ma non sbagliata al perché il razzismo, il fascismo, la discriminazione diventano appetibili: perché la negazione della persona universale già esiste nella prassi degli individui che per essere persone violano la personalità.

E allora perché non alimentare e organizzare questa violazione come un sistema ideologico che garantisca la personalità solo ad alcuni?

Si spiega l’incoscienza del “prima gli italiani, prima quelli del nord, prima “chiunque” i più bravi saranno più svelti nello strutturare questo apparato ideologico in una maniera tale che sia pervasivo ed egemonico, di consensi elettorali, in chiave retrograda e conservatrice.

Non si tratta a parere di Fineschi, di fumosità ideologica e demagogica, il risvolto pratico è evidente:

se il concetto di persona non è universale, alle non – persone non si deve garantire una pensione, una

occupazione, la sanità ecc. ….

Alle persone questo suona bene, perché ci sono più soldi per loro, o almeno così credono.

“Se io sono italiano e l’immigrato non lo è, io ho diritto a questo e quello e l’immigrato no. Se avesse diritto anche lui, allora io ci perderei qualcosa perché quello che viene speso per lui non viene speso per me”.

E così via….. un fondamento per la guerra tra poveri.

In contesti di ristrutturazioni economiche, dislocazioni, crisi, e guerre a bassa intensità.

Sono discorsi ideologici che sentiamo tutti i giorni fatti da esponenti politici ben noti, con interessi elettorali e da bottega, più o meno espressione di settori economici che devono garantirsi quote di mercato e profitti oppure anche sopravvivenza.

Il meccanismo di fondo è questo e diventa egemonico di massa perché crea strutture corporative, crea un consenso corporativo, addirittura conflitti istituzionali a livello regionale, come ha dimostrato la gestione della pandemia ad esempio in rapporto alla sanità con le Regioni elevate a governatorati e controparti nei confronti dello Stato nazionale.

Restando nel contesto personale, Fineschi identifica sostanzialmente tre gruppi:

Il primo è costituito da coloro che hanno la fortuna di essere persone e che quindi hanno diritti.

Parte del secondo sono quei disgraziati che in occidente sono uguali agli altri ma non sono persone perché esclusi.

C’è poi un terzo gruppo, enorme, il “terzo” mondo, cioè tutte quelle nazioni e popolazioni che non hanno fatto in tempo ad entrare nella fase progressista del modo di produzione capitalistico;

per loro il sogno della persona neanche è un concetto, non ce l’hanno neanche in testa. Il passaggio attraverso la personalità per superarla e acquisire una figura superiore neanche esiste.

Per loro personalità significa solo sfruttamento occidentale, senza limiti, schiavizzazione e via dicendo.

Questo implica che la non – persona non sia titolare di diritti.

E questo apre scenari a dir poco inquietanti, non ancora al punto del nazismo della depersonalizzazione come gli ebrei, gli zingari, gli omosessuali, i lavoratori forzati e altri, il “se io ammazzo una non – persona non ho ammazzato nessuno” ma coltiva,anzi concima, un terreno ideologico che fa sì che anche nella percezione il livello di tutela fisica dell’altro essere umano si ridefinisca e possa addirittura scomparire, perché se l’altro non è una persona anche i miei doveri di rispettarne la dignità e la stessa l’integrità vengono meno.

Una violenza continua, una prospettiva drammatica, gli atteggiamenti verso individui che non possono accedere in linea di principio al mondo delle persone sono due:

la prima opzione è che posso umanitariamente cercare di farli sopravvivere creando qualche forma di sussistenza;

l’opzione due è che li ammazzo; sono tutte e due pratiche che abbiamo visto nella storia recente non solo del nostro paese.

Circostanze che portano alla rivendicazione della persona come progressista?

Sì, perché la stessa ideologia dominante l’ha abbandonata.

L’ideologia borghese, o meglio il modo di produzione capitalistico nella sua fase crepuscolare, ha optato per un “neo schiavismo” diretto o indiretto, palese o mascherato, e quindi rivendicare per tutti la personalità ora appare un progetto progressista e lo è di fatto, è la tesi di Fineschi.

Ma, se rimaniamo incatenati alla dimensione della persona come soggetto, non usciamo da questi vincoli. Come cercare di uscirne, è anche capire la dimensione di classe del conflitto e come si articola il lavoro salariato.

E oggi questo ha molte facce e frammentazioni: partita iva sono lavoratori salariati a cottimo, stagisti sono lavoratori a zero salario, e altro senza lasciarci ingannare dal mascheramento giuridico.

E chi ha effettivamente un lavoro è solo una parte di chi potenzialmente potrebbe lavorare, capire che chi è disoccupato o chi lavora in forme pre capitalistiche sta dalla stessa parte di chi lavora, che sono tutti subordinati funzionalmente all’estrazione di plusvalore e lavorano o non – lavorano con modalità che sono dettate, gestite, orientate dal capitale.

Quindi è questo il nodo da cui partire per pensare la riconfigurazione e ricomposizione di classe riannodando i nodi funzionali di tutti questi soggetti eterogenei si può pensare di progettare un itinerario che prefiguri un blocco sociale “gramsciano” necessità per una tenuta necessaria se si pensa che lo sfruttamento di questo modo di produzione globale non sia l’ultimo orizzonte della storia anche perché non è scontato che nel suo crepuscolo partorisca messianicamente un’alternativa positiva.

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