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Fratture vecchie e nuove

di Franco Astengo

Nel seguire vecchi schemi Ezio Mauro (”Il campo del Papa straniero” – Repubblica del 15 marzo) individua quattro “angoli” che, dall’esaltata segreteria Letta in avanti, dovrebbero confrontarsi nel disastrato sistema politico italiano all’interno di un “campo progressista” destinata a contendere il Paese alla destra: una cultura democratica figlia della tradizione del centrosinistra ( o ancor meglio dell’Ulivo tanto evocato in questi giorni), un populismo moderato in via di definizione, un ambientalismo nascente in cerca di affermazione, un laburismo residuale con venature d’opposizione.

Tra questi soggetti , secondo l’analisi di Mauro, dovrebbe sorgere una contesa democratica per disputarsi il capitale culturale, sociale e simbolico di questo ipotetico “campo progressista” (dietro l’angolo si intravedono il sistema elettorale maggioritario e la riedizione del tentativo del “bipolarismo temperato”).

Questa analisi finisce con il tralasciare almeno due questioni di fondo: a) la radicalità delle “fratture” emergenti che appare tale da richiedere una contrapposizione ben più netta di quella possibile riesumando antiche culture di semplice “protezione degli esclusi dalla globalizzazione” (tanto più in tempi di ridisegno sociale complessivo a causa dell’emergenza sanitaria) b) la necessità di modellare l’agire politico rispetto al tipo di competizione che si aprirà con il modello che sarà proposto dall’evoluzione tecnologica.

La domanda, in sostanza, è questa: come si sarà capaci di affrontare la fase di emersione dell’intelligenza artificiale in sostituzione dell’intelligenza sociale ?

Stanno per saltare gli “angoli” descritti da Mauro: non esiste più una “utopia verde” sulla quale basare l’affermazione dell’ambientalismo (al di là di possibili effimeri mini-successi elettorali) dal momento in cui il capitale ha scelto la “transizione ecologica”; allarga il suo campo il laburismo che è chiamato a verificare la nuova complessità delle contraddizioni e assieme a proporre una nuova visione non relegabile nella marginalità di un’opposizione politicista; appare del tutto insufficiente una cultura democratica imperniata su modificazioni apparentemente razionalizzatrici dell’impianto istituzionale in Italia, come in Europa.

Così vanno rimescolandosi le carte con il nostro sistema politico in ritardo.

Un sistema inadeguato rispetto alle esigenze che si stanno imponendo, prima di tutto, ad una “Italia fuori d’Italia” rispetto all’Europa e al nuovo livello di scontro che sarà determinato dal riprofilarsi delle grandi potenze (Cina/USA; nuovo ciclo atlantico; penetrazione russa, turca, cinese nel cuore del Mediterraneo soltanto per fare degli esempi) in lotta essenzialmente per il primato nelle fonti di accesso alla trasformazione tecnologica.

Si è già ricordata la radicalità dei cambiamenti in atto: una radicalità che reclama, recupera, promuove identità nel confronto tra destra e sinistra.

La contesa sull’egemonia al riguardo dell’indirizzo che sarà assunto dall’evoluzione tecnologica costituirà il vero punto di rottura del futuro.

Cosa proporrà la destra? Ciò che sta accadendo: l’isolamento progressivo, il termitaio globale, l’incattivimento degli hater, il condizionamento mentale delle masse (Giuseppe Genna “Grillo va preso sul serio” L’Espresso 14 marzo 2021).

Non basta anche la contrapposizione proposta da “Laudato sì”: anche in quel caso è insita l’idea della riduzione nella portata delle “fratture” in atto.

Nella piena consapevolezza della totale insufficienza e genericità di questo tentativo di riflessione mi permetto allora di richiamare due questioni:

1) quello dell’esigenza di una presenza politica della sinistra capace di recuperare in profondità i due concetti base di uguaglianza e solidarietà non limitandosi alla semplice “protezione sociale”;

2) Una sinistra capace di ampliare il proprio bagaglio di riferimento fino a comprendere la gran parte dello spazio dei già ricordati “angoli”.

E’ questo il senso del riproporre l’idea del “socialismo della finitudine”.

Scrive Olga Tokarczuck, premio Nobel per la letteratura: “La paura di fronte al virus ha richiamato le condizioni ataviche più banali, che i colpevoli sono altri e loro, sempre da un altrove, portano il pericolo” e ancora “Davanti ai nostri occhi si dissolve come nebbia al sole il paradigma della civiltà: che siamo i signori del Creato, possiamo tutto e il mondo ci appartiene” (Il Corriere della Sera 3 aprile 2020).

Così si pone un interrogativo: è davvero finita l’era delle “magnifiche sorti e progressive” e ci troviamo nella condizione dell’essere finito, limitato, imperfetto ?

Oppure è il caso di rassegnarci al dominio della tecnologia e di porre il genere umano al servizio dell’intelligenza artificiale?

Chi intende continuare a pensare alla giustizia sociale dell’uguaglianza pare proprio trovarsi davanti a un bivio.

Il “limite” può rappresentare la sola opposizione ad uno scenario futuribile che non può non essere immaginato come dominato da una sorta di “potere estraneo”.

Preso atto della necessità di comprendere questa necessità della condizione di “limite” come definire, allora, un nuovo obiettivo di sviluppo.

Si era discusso, tempo addietro, sulla possibilità di elaborazione di un progetto di “società sobria” come “terza via”: forse quell’eventualità potrebbe essere già superata e un nuovo modello di vita ci sarà imposto dai fatti e dal governo assoluto della tecnica.

Si pone così davvero il tema di un mutamento come indica la Tokarczuck.

Se vogliamo contrastare l’affermarsi definitivo dell’egemonia della forza basata sull’esclusività del dominio della tecnologia e della conseguente concentrazione di potere, bisognerà disegnare quello che mi permetto di definire come un “socialismo della finitudine”.

Non servono voci figlie della catastrofe.

Si pensava di “cercare ancora” per trovare vie di nuovo sviluppo e modificare le grandi storture della modernità.

Adesso siamo davanti alla necessità di un ripensamento generale ad un livello che non avremmo mai immaginato e che potrebbe essere indicato come “di civiltà”.

Dobbiamo provare a muoverci pensando a quella dimensione propria di un orizzonte del “limitato” che richieda l’affermazione di una ricerca sull’uguaglianza non solo economica e sociale.

Si tratta di rifletterci e di trovare la strada per adeguare la nostra pratica politica,anche se abbiamo disperato bisogno di ritrovare tutto il pragmatismo necessario che serve per affrontare le lotte del giorno per giorno che, beninteso, continuano.

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