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Le parole che non sono solo parole

di Maria Gabriella Branca

E no. Non ho seguito il festival di Sanremo.

Ma la clip di Beatrice Venezi che caparbiamente rivendica il suo diritto a voler essere definita “Direttore” ed in cui afferma “La posizione, il mestiere ha un nome preciso, che nel mio caso è Direttore d’orchestra” non mi è stata risparmiata dai media, e neppure dai social.

Il problema come sempre è culturale, e la lingua italiana cambia con la cultura e con lo sviluppo delle comunità che parlano quella lingua o che la scrivono, quindi l’amara clip della Direttrice Venezi riversata sui social è sale sulle nostre ferite.

Non ci sono mestieri che si possono declinare (segretaria, infermiera, maestra) ed altri, guarda caso, che devono rimanere maschili (architetto, avvocato, ingegnere).

La Direttrice Venezi, mostra di non avere neppure l’adeguata conoscenza della lingua italiana, oltre che una scarsa considerazione di sé e del difficile cammino di affermazione professionale delle donne, quello che le ha consentito di diventare appunto Direttrice.

E’ la lingua italiana infatti che impone, nei casi dei nomi di GENERE MOBILE, che essi si devono declinare in base alle regole morfologiche previste dall’italiano e coprono, di fatto, la maggior parte dei casi): direttore- direttrice, rettore-rettrice, minatore-minatrice, maestro-maestra, ministro-ministra, sarto-sarta, avvocato-avvocata, infermiere-infermiera, ingegnere-ingegnera, e così via, ma Venezi non lo sa.

Ma ella, ed è forse più grave, ignora come, fino a due secoli fa, non era immaginabile una donna laureata o una donna in cattedra, così come occorse aspettare il 1905 per leggere la notizia di una donna direttrice d’orchestra nella stagione lirica al Politeama di Livorno, e come sia solamente un diritto acquisito da appena 75 anni quello di poter esprimere il nostro voto.

Sentire quindi Venezi che parla come se il genere femminile di “Direttore” non fosse ancora contemplato da quel mestiere o come se il femminile addirittura implicasse una diminutio capitis del suo prestigio è molte triste.

Il dato più rilevante è forse che quella trasmissione è stata seguita da milioni di persone e quindi il vulnus non è linguistico, ma sostanziale, in quando potrebbe apparire, da quel palco, agli uomini ed alle donne, come un’autorevole affermazione di verità.

Ma così non è, perché le parole non sono mai solo parole: sono la via verso mondi di significati, e, contrariamente a quello che pensa Venezi, la scelta della corretta indicazione del nome della professione, non è personale, ma universale.

Foto di HeungSoon da Pixabay

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