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Resistenza e classe operaia

di Franco Astengo

Gli scioperi cominciati il 1° marzo 1944 dovranno essere ricordati in ogni occasione come uno dei punti più alti di coscienza e mobilitazione politica raggiunti dalla classe operaia italiana.

In quelle giornate si dimostrarono:

a) il frutto di un lungo lavoro di tenace organizzazione portato avanti durante il ventennio fascista, soprattutto per opera del Partito Comunista clandestino. In questo periodo si è molto discusso sul centenario di fondazione del Partito, sulle ragioni e i torti espressi nel congresso di Livorno (quello che è stato definito della “dannazione”), sui successivi sviluppi. E’ stata raccontata soprattutto la storia dei gruppi dirigenti, del legame con l’Unione Sovietica, delle contraddizioni che ne derivarono per una storia durata 70 anni attraversata dal più grande partito comunista d’occidente e da uno dei grandi partiti di massa nella storia italiana.

Un partito di massa pilastro di quel “sistema dei partiti” che ricostruì il Paese dalle macerie della guerra, affermando prima di ogni altra cosa una Costituzione Democratica.

Nell’esplicitare questa “narrazione” e nel discutere anche dei risvolti più propriamente teorici e politici viene quasi sempre tenuto in ombra un aspetto che, invece, alla prova dei fatti è risultato decisivo.

Il Partito Comunista, nel ventennio, non è stato soltanto il partito dei “rivoluzionari di professione”, dell’emigrazione (che pure fu massiccia e non soltanto da parte del gruppo dirigente), delle varie “svolte”: nelle fabbriche, nelle grandi concentrazioni industriali, il Partito aveva continuato a vivere anche nell’attività delle persone semplici, degli operai che continuavano, rischiando, a testimoniarne l’esistenza.

Basta leggere certi numeri dell’Unità clandestina quasi esclusivamente compilata pubblicando gli elenchi dei sottoscrittori, oppure guardare ai risultati del plebiscito fascista del 1929, e ancora avanti. Del resto anche i tanti discussi appelli “ai fratelli in camicia nera” o all’invito all’ingresso nei sindacati fascisti avevano senso perché c’era chi faticosamente continuava a tessere la tela, magari non conoscendo neppure appieno cosa stava accadendo intorno.

Come era già avvenuto in precedenti occasioni (marzo, novembre 1943) gli scioperi avviati il 1 marzo 1944 in gran parte delle grandi fabbriche del Nord dimostrarono che quel lungo faticoso lavoro, costato sacrifici, galera e sangue, aveva dato i suoi frutti.

Oggi, a distanza di tanti anni, non possiamo dimenticarlo e non possiamo regalare tutto alla “damnatio memoria”.

In quel momento Togliatti stava rientrando in Italia e stava per lanciare “il Partito Nuovo” ma senza la presenza fisica di quella classe operaia tanto evocata quel Partito, così come lo abbiamo conosciuto nel dopoguerra non ci sarebbe stato;

b) Gli scioperi iniziati il 1° marzo 1944 rappresentarono, inoltre, il momento evidente di saldatura tra la Resistenza della montagna e quella delle Città: furono il punto d’incontro di una capacità di intervento, non solo militare ma soprattutto politico fornendo una funzione “nazionale” alla classe che resisteva. Fu questo un altro dei pilastri che portò nel dopoguerra a far sì che le sinistre costruissero assieme alle altre forze politiche la Costituzione. Soprattutto però, in quel momento, della saldatura tra le diverse realtà della Resistenza che fu costruito per davvero un “blocco storico”.

Fu pagato un prezzo altissimo: penso a Savona e ai deportati a Mauthausen, ma si trattò di un momento determinante per costruire il domani.

E’ stato da quegli scioperi,da quelle deportazioni, che scaturì la ragione della legittimazione del 25 aprile: quando all’indomani si poté subito riprendere in mano democraticamente il nostro destino senza delegare tutto agli Alleati e recedere dalla nostra capacità di governo.

Ecco: la capacità di governo della Resistenza, il far sì che fossero i CLN a nominare subito, il giorno stesso della Liberazione, Prefetti e Sindaci ebbe la sua origine da quei giorni drammatici del marzo 1944.

Non possiamo dimenticare, ma nemmeno come fu preparato quel passaggio attraverso il tenace, spesso misconosciuto antifascismo praticato nelle fabbriche nella lunga notte che il Regime ha rappresentato nella storia d’Italia.

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