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100 anni mai raggiunti

di Fulvio De Lucis

Sul centenario del partito comunista si verserà abbondante liquido raffreddante e si formuleranno interessate interpretazioni, non saprei quanto seriamente attendibili.

Logico, anche questo fa parte della società dello spettacolo e della merce ovviamente storico – culturale dei molti commentatori.

La lettura prevalente e mediatica mi sembra quella che attribuisce alla fondazione del PCd’I sezione dell’internazionale comunista,

IL PECCATO ORIGINALE DELLA SCISSIONE DEL 1921 COME PRIMARIO DI TUTTI I SUCCESSIVI MALI, DELLE SCISSIONI, LACERAZIONI, DIVISIONI, UNA DANNAZIONE INELIMINABILE ED IMPERDONABILE.

Sensato sembra, che trascura il contesto storico e che la frattura interna al movimento socialista

NON SI ERA PRODOTTA A LIVORNO MA SUL TERRENO INTERNAZIONALE E SU QUESTIONI NON BANALI MA PESANTISSIME.

Ad esempio sulla GUERRA O SULLA PACE, dove nel 1914 – 15 i partiti socialisti e socialdemocratici avevano votato i crediti di guerra facendo fallire la 2 internazionale, accettando le scelte capitalistiche – imperialistiche con relativo massacro, piegandosi al nazionalismo, archiviando definitivamente il “proletari di tutti i paesi, unitevi!” di marxiana memoria concepito come uno slogan propagandistico …..

LA NASCITA DELLA SINISTRA DI ZIMMERWALD”nel settembre del 1915, vede Lenin protagonista e poi la nascita dei partiti comunisti come risposta alle scelte precedenti da altra ottica di quella degli interessi capitalistici in guerra tra di loro.

La successiva rivoluzione d’ottobre in una Russia perdente in guerra, vince anche con la scelta della PACE, pagata a durissimo prezzo.

E alla parola d’ordine “TUTTO IL POTERE AI SOVIET” strutture politico – sociali esistenti, cioè di un ordine diverso fondato sul potere decisionale dei lavoratori come orizzonte storicamente concreto di un socialismo da edificare, una finestra che si apriva dalle contraddizioni di un capitalismo che si scannava. La famosa scelta del trasformare “la guerra imperialista in guerra civile e in rivoluzione” da parte degli sfruttati su cui Lenin aveva insistito.

Allora questo era nelle intenzioni e per questo si lottava.

Per quanto riguarda l’Italia, la nascita del PCd’I fu la risposta anche alle esitazioni dei socialisti durante il BIENNIO ROSSO, determinanti per la sua sconfitta, all’inconcludenza politica e alle fantasie legalitarie difronte alla risposta reazionaria del FASCISMO con le complicità non solamente padronali ma statali.

Il partito socialista, che con la guerra aveva scelto il meno peggio del

non aderire,nè sabotare” di fronte all’Ottobre e alla nascita della 3a internazionale confermava la posizione oscillante e ambigua di voler aderire al COMINTERN, ma ne rifiutava i presupposti fondamentali come il cambio di nome e la separazione dai riformisti.

Non si trattava di obbedire a Mosca ma un’esigenza politica reale, come conferma la scelta che di lì a poco il partito socialista espellerà Turati e i riformisti che faranno il partito socialista unitario.

Un contesto storico difficile e contraddittorio con tutte le ricadute di un dopo guerra pesante per le classi lavoratrici e le masse popolari che sopportarono il peso del conflitto.

E una volta giunti al “potere” i fascisti, i socialisti smobilitano, sciolgono la CGDL e per lungo tempo sono il partito “degli esiliati” come definiti da vari storici.

E i comunisti ? Quelli dal peccato originale delle lacerazioni?

Tengono in vita l’organizzazione clandestina, ricostruiscono la CGDL, fanno politica

anche negli organismi di massa del regime, cercano di tenere in attività una presenza antifascista nei posti di lavoro, nelle città, una continuità nell’organizzazione del movimento operaio, che porrà le premesse per la Resistenza, con errori e contraddizioni anche gravi, anche per le scelte dell’Internazionale e dell’URSS, dove i bolscevichi diventano altro… ma sono essenziali tenendo sempre in conto che negli anni 20 si è consumata una sconfitta storica, forse epocale.

Il sottoscritto viene da una famiglia, quella onegliese, di comunisti del ‘21, un nonno e un pro zio e da un padre, savonese, entrato nel partito nel 1935, maestro, che andò a lavorare all’ILVA per non giurare al regime. Il loro lavoro clandestino

in Italia servirà proprio a questo, a ricucire un’unità, pur nelle differenze, idealmente e orgogliosamente rivendicate, che sarà preziosa contro il fascismo e non solo.

E’ credibile storicamente una resistenza, in Italia, senza la determinazione dei comunisti e i loro travagli politici di formazione nel crogiolo di quella storia

Livorno va collocata dentro quel contesto nella ricerca di risposte drammatiche e non perfette.

L’altra lettura ce emerge è che il PCI sarebbe stato un partito

“bolscevizzato” comunque subalterno all’URSS e ai suoi dirigenti strada facendo,sempre legato a quel modello, antiriformista con una prospettiva rivoluzionaria fideistica e onirica direi.

Oppure che il PCI altro non sarebbe stato che una socialdemocrazia non riuscita

che conviveva con queste contraddizioni. Il tutto proprio per la tara di Livorno.

E qui siamo alla superficialità o a lettura interessate.

E’ oramai provato storicamente che il movimento comunista internazionale

NON È MAI STATO UN MONOLITE, anche per la sua dimensione, e ha espresso esperienze diverse, spesso anche conflittuali tra loro, e quella italiana è stata una delle più originali nelle varianti nazionali, nate da un unico ceppo e poi differenziatesi con identità e dirigenti profondamente differenti.

Il PCI era un partito comunista figlio legittimo della 3 internazionale, che consuma una scissione che già c’era di fatto, passa da Bordiga a Gramsci con l’appoggio dell’internazionale, ma costruisce a fatica una originalità di elaborazione e di prassi sintetizzata dalla formula dell’unità nella diversità che non è uno slogan semplicistico.

Certamente da Livorno a Salerno la strada, non geografica, ma storico – politica è lunga e tortuosa e spesso le scorciatoie sono inutili.

Una specificità dovuta alla sua storia, al suo contesto, alla sua esperienza, e allo spessore dei suoi leader da Gramsci a Togliatti che in maniera anche differente vivono Livorno e lo superano rielaborando scelte e strategia. Traggono lezione e insegnamento dalla sconfitta del biennio rosso, dall’impostazione Bordighiana inadeguata col fascismo, fino alle tesi di Lione.

Un travaglio nazionale e internazionale che nulla ha a che fare con peccati originali a lettura quasi teologica, unità inesistenti e paralizzanti, valutazioni trasportate all’oggi per giustificare altre scelte dall’orizzonte opaco.

Livorno è un punto di arrivo di un’inadeguatezza storica del socialismo

otto – novecentesco e punto di partenza, purtroppo in minoranza, per risposte adeguate alla situazioni grandi e terribili che c’erano e che i comunisti di allora affrontarono da dirigenti assumendosene le responsabilità compresa quella della scissione.

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