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Superficiali considerazioni dal basso su chi vola molto più in alto (ovvero un tentativo di evitare le narrazioni)

di Fulvio De Lucis

E alla fine, forse,come da copione, l’“operazione Draghi”, è stata portata in porto.

La natura umana del Messia,con rimandi quasi divini.

Per la crocifissione i tempi sono rimandati o inesistenti,quella riguarda altri,credo noi.

Forse sbaglio, ma la sceneggiata è tutta imputabile a Renzi, che ha le sue responsabilità, ma credo anche, che Conte non sia la vittima di questa operazione.

Oggi, Draghi è l’incarnazione del VINCOLO ESTERNO che può garantire il denaro dell’unione europea,ma Conte per primo ha avallato dall’inizio questa logica ,presentando il Recovery Fund,come una sofferta, ma generosa concessione alla bimba Italia che doveva meritarsela e spendere bene questa “ paghetta “. Conte con gli spintoni dei 5 Stelle e il PD ha alimentato l’idea di un paese incapace di autogestirsi e bisognoso di aiuto rieducante di attori esterni e più capaci.

Cioè, affidare ad altri le decisioni circa le proprie necessità e scelte gestionali,dei minorati insomma, non solamente i politici che lo hanno dimostrato,ma tutti i comuni cittadini.

Per mesi hanno ripetuto la narrazione secondo cui il Recovery Fund – soldi concessi in cambio di condizionamenti probabilmente pesantissimi venduti me «la più grande occasione nella storia del paese».

Bisognerebbe valutare seriamente quale e con quali reali conseguenze,come dice qualche analista: “ Chi di vincolo esterno ferisce di vincolo esterno perisce”.

Dunque, Mario Draghi…… Diamoci una ripassata :

Ha la carica di nuovo presidente della BCE alla fine del 2011, dopo unabrillante” carriera come amministratore delegato di Goldman Sachs (2002-2005), governatore della Banca d’Italia (2005-2011) e direttore generale del Tesoro italiano (1991-2001). È proprio nella veste di DG del Tesoro che Draghi negli anni ‘90 Draghi si rese protagonista della stagione delle privatizzazioni selvagge e della liquidazione a prezzi di saldo di buona parte dell’apparato industriale e bancario pubblico italiano.

Perfettamente consapevole, nel suo intervento sul panfilo “Britannia”, in cui la la grande finanza internazionale si incontrò per pianificare a tavolino il futuro dell’economia italiana, che questo avrebbe «indebolito la capacità del governo di perseguire alcuni obiettivi non di mercato, come la riduzione della disoccupazione e la promozione dello sviluppo regionale».

Tuttavia – come disse – quel processo era da considerarsi «inevitabile perché innescato dall’aumento dell’integrazione europea».

Poi, nella veste di DG del Tesoro, a sovrintendere all’emissione, da parte dello Stato italiano, di una montagna di titoli di debito tra i più “tossici” e speculativi al mondo, i famigerati derivati di Stato, finalizzati a mascherare la realtà entità del deficit pubblico italiano per ottemperare ai criteri di Maastricht, che negli anni sono costati all’Italia decine di miliardi.

Lo stesso pacco che poi Draghi avrebbe rifilato alla Grecia negli anni ‘90 mentre stava alla Goldman Sachs.

Con l’arrivo di Draghi alla BCE molti speravano che la banca centrale avrebbe finalmente adottato un approccio più interventista. E così è stato, purtroppo per tutti noi.

Nell’agosto del 2011, pochi mesi prima che Draghi assumesse ufficialmente la carica alla BCE e nel pieno della furia speculativa nei confronti dei titoli italiani, lui e il suo predecessore Trichet inviarono al governo italiano quella famosa “letterina” che poi sarebbe entrata nella storia, in cui si intimavano al governo italiano «una profonda revisione della pubblica amministrazione», compresa «la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali», «privatizzazioni su larga scala», «la riduzione del costo dei dipendenti pubblici, se necessario attraverso la riduzione dei salari», «la riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale», «criteri più rigorosi per le pensioni di anzianità» e persino «riforme costituzionali che inaspriscano le regole fiscali».

Tutto ciò, si sosteneva, era necessario per «ripristinare la fiducia degli investitori».

Evidentemente, però, Draghi deve aver ritenuto insufficienti gli sforzi del governo italiano, e pochi mesi dopo – come ammesso persino da Mario Monti tempo fa – «decise di cessare gli acquisti di titoli di Stato italiani da parte della BCE» per far schizzare in alto lo spread e costringere Berlusconi alle dimissioni, spianando così la strada all’ascesa del governo “tecnico” di Monti.

Poi, appena un mese dopo , Draghi lanciò l’idea di un “patto fiscale” (“fiscal compact”): «una revisione fondamentale delle regole a cui le politiche di bilancio nazionali dovrebbero essere soggette in modo da risultare credibili».

Ciò comportò, nel marzo del 2012, la firma da parte di tutti gli Stati membri dell’UE (con le uniche eccezioni di Regno Unito e Repubblica Ceca) di una versione ancora più rigorosa del Patto di stabilità e crescita istituito dal trattato di Maastricht: il cosiddetto Fiscal Compact,che fu una sua invenzione.

Spiegò che in un’intervista al Wall Street Journal pochi mesi dopo: «Non c’è alternativa al consolidamento fiscale, il modello sociale europeo appartiene già al passato».

Coniò il concetto di “pilota automatico” in riferimento alle politiche economiche dell’eurozona.

In seguito alle elezioni italiane del 2013, in cui il MoVimento 5 Stelle emerse come il primo partito del paese, Draghi rassicurò tutti circa i timori che questo potesse portare l’Italia fuori dai binari dell’austerità: «Gran parte dell’adeguamento fiscale che l’Italia ha intrapreso continuerà con il pilota automatico». E infatti così è stato.

Il messaggio di Draghi era chiaro: grazie al nuovo regime di governance economica che egli stesso aveva contribuito a costruire, i risultati delle elezioni non avrebbero contato più nulla. Come avrebbe detto qualche anno più tardi il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble:

«Le elezioni non cambiano nulla. Ci sono delle regole».

Parole che oggi suonano pesanti.

Questo processo di “spoliticizzazione” delle politiche economiche ha permesso a Draghi di pronunciare il suo famoso discorso che “ha salvato l’euro” nell’estate del 2012.

In quell’occasione, annunciò l’istituzione del programma OMT (Outright Monetary Transactions), con il quale la BCE si impegnava, se necessario, ad effettuare acquisti illimitati di titoli di Stato sui mercati obbligazionari secondari «per preservare l’euro».

Cioè : se i mercati avessero richiesto tassi di interesse eccessivamente alti, la BCE sarebbe intervenuta, acquistando i titoli essa stessa.

Questo annuncio fu sufficiente a far scendere immediatamente i tassi di interesse nei paesi interessati dalla crisi, a conferma del fatto che gli interessi sui titoli di Stato sono determinati dalla politica monetaria della banca centrale, non dalla “fiducia dei mercati”.

Da un lato questo ha aiutato i paesi in crisi (come l’Italia) ad evitare l’insolvenza, però ben poco è servito in termini di rilancio delle loro economie: che avrebbe richiesto politiche di stimolo fiscale (cioè più deficit), che era esattamente ciò che il nuovo quadro di governance fiscale inaugurato da Draghi proibiva.

L’accesso a un programma OMT, infatti, comporta l’adesione da parte del paese in questione a un rigido programma di austerità fiscale e “condizionalità” della troika (liberalizzazione del mercato del lavoro, privatizzazione degli asset statali, compressione dei salari ecc.), all’interno della cornice del Meccanismo europeo di stabilità (MES).

In breve, le varie innovazioni istituzionali introdotte da Draghi, non hanno trasformato la BCE in un prestatore di ultima istanza, su cui i governi nazionali possano fare affidamento sempre e comunque, ma l’hanno resa piuttosto uno “spacciatore di ultima istanza”,per sfruttare le difficoltà economiche dei paesi e costringerli a politiche di matrice neoliberista.

Nell’estate del 2015, quando, nel bel mezzo del negoziato tra le autorità greche e la troika, la BCE ha deliberatamente destabilizzato l’economia greca, interrompendo il supporto di liquidità alle banche greche, per costringere il governo di SYRIZA ad accettare le dure misure di austerità contenute nel nuovo memorandum, un episodio pressoché senza precedenti nella storia.

Cioè : «Le elezioni non cambiano nulla. Ci sono delle regole».

Per merito di Draghi oggi possiamo dire che l’eurozona è un’ area economica in cui non è la banca centrale ad essere indipendente dai governi, ma sono i governi ad essere dipendenti dalla banca centrale.

Dunque la letteria di Draghi inviata al Financial Times……

Non è improvvisamente diventato un novello Keynes da un giorno all’altro.

Sta invocando quella che è la strategia da manuale liberista: privatizzare i profitti in tempo di “pace” (attraverso politiche di austerità a vantaggio del grande capitale ecc.) e socializzare le perdite in tempo di “guerra”, attraverso un’espansione della spesa pubblica – ovviamente a debito – per tenere a galla il grande capitale (istituti finanziari in primis), esattamente come è accaduto nel 2007- 2009.

Poi si potrà poi tornare a privatizzare i profitti come prima, adducendo proprio l’aumento del debito come scusa per implementare politiche di austerità severe, come è accaduto del decennio post-2007.

Oggi «fare tutto il debito di cui c’è bisogno» è uno scenario da psico ,che porta a dover ripagare a breve o medio termine non potendo contare su una banca centrale che monetizzerebbe una parte di questo debito.

Non meraviglierebbe qualche carota oggi per poi tornare a bastonare più forte domani.

Foto di Ulrike Leone da Pixabay

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