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Incertezza e provvisorietà

di Franco Astengo

Il congresso di Sinistra Italiana, svoltosi in questi giorni in modalità online, può forse essere riassunto con due parole: quella dell’incertezza, termine usato dal segretario Fratoianni nelle sue conclusioni e quello della provvisorietà evocato da Luciana Castellina (Luciana ha usato “provvisorietà” ricordando il Pdup, ma aggiungendo opportunamente che in quel tempo c’era il PCI..).

Tra incertezza e provvisorietà corre una diversità di significato.

Una diversità da ricordare non casualmente: incertezza significa che l’orizzonte non appare e che, se di transizione si tratta, ci si trova ancora al centro del tunnel (considerato che si sia stati capaci di riconoscere di trovarsi in un tunnel); provvisorietà dovrebbe voler dire che la transizione ha davanti a sé una meta.

In particolare in politica se si è provvisori è perché si dispone di un progetto sufficientemente compiuto e la questione da affrontare risiede nell’individuare le tappe da percorrere per raggiungerlo: nell’incertezza questo non avviene.

Fin qui, beninteso, siamo all’abc: si tratta però di inoltrarci in un difficile cammino di interpretazione e di proposta.

Nelle scorse settimane abbiamo assistito a un grande dibattito e a una serie imponente di iniziative editoriali al riguardo del centenario del congresso di Livorno e della fondazione del PCI.

Uno sviluppo di attività memorialistica e di analisi forse inaspettata dal cui esito si possono trarre alcune indicazioni: il PCI non ha avuto eredi eppure, nonostante tutti gli stravolgimenti accaduti nel corso degli ultimi trent’anni sul piano delle relazioni internazionali, della tecnologia, dell’organizzazione sociale, l’ombra di quel partito rimane quasi come il fantasma di Banquo sulla scena della sinistra, non soltanto in Italia.

E’ curioso, infatti, che l’insieme della pubblicistica e della riflessione politica, dopo aver appunto dedicato tanto impegno e tanto spazio ad un avvenimento accaduto 100 anni fa si sia soffermata molto meno nell’analisi e nella riflessione sulla fase di scioglimento del Partito, verificatasi proprio oggi 30 anni fa.

E’ mancata fin qui l’esplorazione delle cause e degli esiti di quel fondamentale fatto politico riguardante la chiusura del PCI e rimane quasi assente l’analisi di ciò che è rimasto di vivo nelle diverse tradizioni della sinistra italiana.

Soltanto in pochi ormai continuano a coltivare un’idea di superamento delle divisioni di allora e proseguite nel tempo con la ricerca di recuperare una capacità di nuova proposizione politica.

Pare proprio non ci siano eredi per entrambi i filoni che uscirono dal congresso di Livorno e che l’esaurimento delle loro forme storiche di rappresentazione politica avvenuto all’inizio degli anni’90 interessi davvero molto poco.

Eppure l’analisi di quelle cause (e gli effetti che hanno prodotto) potrebbe tornare fattore fondamentale per uscire dall’incertezza e avviarsi, almeno, sul sentiero della provvisorietà nella ricerca di quel nuovo soggetto politico: ricerca che, in questo momento, sembra assomigliare sempre di più a quella del Santo Graal.

Francamente non credo che si possa uscire dall’incertezza senza compiere una scelta di fondo sul piano teorico in modo da riconoscere davvero la complessità delle contraddizioni in atto, evitando di limitarci ad una visione che alla fine rischia di assumere tratti quasi corporativi.

Una complessità delle contraddizioni che ormai rende da aggiornare il vecchio schema di Rokkan (1982) ed evoca la necessità di rivisitare anche l’antica suddivisione tra struttura e sovrastruttura.

Una complessità delle contraddizioni allargatasi nel periodo più recente per ragioni evidenti di cambiamento di qualità nel meccanismo della modernità e della globalizzazione.

Occorre però evitare il ritorno alla categoria dell’esaustività del “nuovo” che all’epoca costituì il vero e proprio parametro di valutazione per arrivare a determinare le ragioni dello scioglimento del PCI.

Da allora il mondo è sicuramente cambiato per tanti aspetti, ma non sono assolutamente cambiate alcune delle dinamiche di fondo che hanno regolato e regolano l’agire economico, politico, e sociale sulla base di ben precisi “sistemi” di carattere teorico, che abbiamo chiamato ideologie.

Nella presunta “modernità” la grande capacità nell’espressione di egemonia è stata appunto, quella, di far passare la propria ideologia come una “non ideologia” ma come un’inevitabile assunzione di buon senso comune, al grido “le ideologie sono morte”.

E’ ciò che è accaduto, a livello planetario, ormai da trent’anni, diciamo dalla chiusura storica della divisione in blocchi e dall’esclamazione, presa per buona da molti, di Francis Fukuyama, di “fine della storia”.

In realtà i fenomeni più evidenti hanno la caratteristica del “sempre uguale”, portandosi appresso una carica ideologica fortissima e del tutto sbilanciata e al ritorno a un confronto tra estremismi, con la sparizione nelle società occidentali avanzate della “middle class” e l’affermazione di diversi modelli di confronto.

L’epidemia globale non ha mutato questo quadro nell’insieme delle coordinate di riferimento del muoversi complessivo della dinamica planetaria accentuando, anzi, i termini di scontro e, da questo punto di vista, l’esito delle elezioni USA avrà probabilmente un impatto relativo.

C’è stato molto dell’antico nello sbandierato “nuovo”, oltre alla riproduzione dell’antico “ciclo delle crisi”: finanziarizzazione dell’economia, estensione della condizione materiale di classe (con la creazione di un “ventre molle” pauperizzato che, sicuramente nel “caso italiano” preferisce schiacciare chi si trova di sotto utilizzando la classica leva dell’assistenzialismo, non cercando di unirsi in un’idea di nuovo “blocco storico”), imbarbarimento nelle condizioni della produzione e delle qualità della vita se pensiamo all’emergente tema ambientale, insorgenza sanitaria, sostanziale mantenimento delle condizioni di “sopraffazione di genere”, impatto violento delle grandi contraddizioni epocali causate dalle guerre e da un processo di regressivo imbarbarimento che riguarda ampie zone del mondo causando fenomeni come quelli del terrorismo globale, dei migranti, dell’instaurarsi di feroci dittature com’è accaduto in gran parte dei paesi africani, si è riproposto in Europa e sta tornando in Asia.

Insomma: un arretramento a uso di una riduzione del rapporto tra politica e società, e quindi del meccanismo di regolazione democratica del consenso e del controllo sociale.

In Italia il punto di saldatura rispetto a questo stato di cose è stato ricercato nella personalizzazione della politica, che poi è franata nella ricerca del protagonismo populista alimentato da un utilizzo del sistema dei media che, in un primo tempo ha ovviamente favorito l’ascesa – sempre per restare in Italia – di un’estrema destra populista, ma che adesso pare molto più indefinito nei suoi orientamenti di fondo guardando a un sistema politico fragile, con soggetti di complicata legittimazione.

In queste condizioni ciò che rimane di sinistra, non può che ritrovare nella propria storia gli elementi portanti di una ricostruzione di autonomia di pensiero e di strutturazione organizzativa.

La lettura della storia intesa come fattore decisivo dell’autonomia culturale.

Per quel che riguarda l’Italia per una possibile sinistra emerge, sotto l’aspetto dell’autonomia culturale e politica, il fatto che non si possa assumere la questione del governo come questione dirimente arrestandosi ad essa quasi come punto di finalità “ultima” (come fu fatto al tempo dello”sblocco del sistema politico”).

Il tema del governo, nell’articolazione estrema del processo di relazione tra il sociale e il politico, rimane quello di un modesto cabotaggio da “politique d’abord”.

Il punto da ricercare,invece, dovrebbe essere quello del ritrovare la “provvisorietà” di un progetto di transizione nel corso del cui itinerario si riesca a delineare un quadro di radicale trasformazione dell’assetto sociale.

Per cercare di far questo serve una adeguata soggettività politica da costruire magari studiando al meglio la storia della sinistra nel nostro Paese.

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