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Personalizzazione senza personalità

di Franco Astengo

Almeno dal punto di vista di un abbozzo di analisi politologica va seguito con interesse il tentativo del presidente del Consiglio Conte di mutare la composizione della propria maggioranza utilizzando all’interno di una combinazione inedita l’antica arma italica del trasformismo.

Una combinazione che vede in opera tre componenti e diversi obiettivi: appunto il trasformismo, la personalizzazione, la forma politica del partito – personale.

Gli obiettivi che si cercano di perseguire eseguendo questa manovra riguardano: 1) la formazione di un nuovo governo che, perlomeno, consenta di sostituire le ministre dimissionarie; 2) la costituzione di una nuova maggioranza che escluda Italia Viva, attraverso la formazione di un gruppo parlamentare formato da transeunti dal gruppo misto e dal centro destra (il modello è quello celebre degli “straccioni di Valmy” orchestrato a suo tempo, 1998, da Cossiga con Mastella già protagonista: operazione che consentì, assieme alla scissione di Rifondazione Comunista, di varare il governo D’Alema); 3) l’avvio di un nuovo soggetto politico, di matrice cattolico – liberale, intestato direttamente allo stesso Presidente del Consiglio come “quarta gamba” della coalizione.

Al proposito, si possono formulare varie osservazioni la più importante delle quali riguarda come in questo frangente si dimostri l’assoluta incapacità di quel che rimane del sistema dei partiti di esercitare un minimo di egemonia nei confronti della pulsioni individualistiche espresse in una forma estrema di esercizio dell’autonomia del politico e di autoconservazione che percorrono il Parlamento.

Ci troviamo davvero nei meandri della personalizzazione, laddove un soggetto mai eletto e/o sottoposto al vaglio di una consultazione popolare sta interpretando da due anni una funzione pivotale “sistemica”, quella che un tempo toccava al partito di maggioranza relativa, cioè alla DC, oppure, in seguito, a un partito sì personale, ma delle dimensioni di Forza Italia che disponeva almeno di una decina di milioni di voti.

Siamo di fronte al frutto marcescente prodotto dal fenomeno di una estrema volatilità di espressione del consenso elettorale dovuto alla sparizione del voto di appartenenza (ormai del tutto residuale, relegato in alcuni settori del centro-sinistra) e al piegarsi del voto di opinione alle logiche di scambio.

Il sistema politico italiano si è così profondamente modificato: dal bipolarismo più o meno temperato tra Polo del Buon Governo e della Libertà versus Progressisti, poi Popolo della Libertà versus Ulivo (indi Unione), allo scontro diretto voluto (e clamorosamente perduto) da Veltroni con il PD versus l’alleanza Forza Italia – Lega, fino al precipitare degli undici milioni di voti raccolti dal PD(R), spariti questi sono venuti alla ribalta i dieci milioni ottenuti dal M5S fino ai nove milioni di voti della Lega (il tutto nel breve volgere di 5 anni: tra il 2014 e il 2019) ci troviamo adesso in una sostanziale situazione quadripartitica (almeno stando ai sondaggi) dal 23% della Lega, al 20% del PD, al 16% di Fd’I e al 15% del M5S, con un’astensione mediamente superiore al 30% (ma a seconda delle occasioni con punte vicino al 50%, vedi proprio europee 2014) e con milioni di elettrici ed elettori incapaci di votare due volte di seguito la stessa lista.

Nel frattempo sono praticamente fallite ben due scissioni del PD (a destra e a sinistra) e appare in forte difficoltà la tenuta di Forza Italia.

Da non dimenticare che, per intanto, con una accezione di stampo prettamente demagogico è stato ridotto il numero dei parlamentari (particolare non secondario rispetto agli esiti immediati di questo stato di cose, al riguardo del prosieguo o meno della legislatura e, di conseguenza, della composizione dell’emiciclo quando sarà il momento di eleggere il Presidente della Repubblica).

In questo quadro la tenuta del quadro di governo è stata garantita (anche grazie all’emergenza sanitaria) da una figura del tutto anomala di Presidente del Consiglio,in due situazioni opposte al riguardo dell’indirizzo politico – amministrativo: in un primo tempo in una visione populista, antieuropeista e antiparlamentare; successivamente parlamentarista e europeista.

Il tutto sostenuto da uno pseudo partito di maggioranza relativa, del tutto silente al riguardo delle forti contraddizioni sociali in atto, le cui increspature dei singoli sono pressoché esclusivamente legate al fatto della condizione di assoluta casualità realizzata nell’ottenere il laticlavio (un pensiero alle liste bloccate e al voto sulla piattaforma Rousseau): laticlavio assolutamente precario in quanto si calcola che le previsioni più attendibili assegnano al M5S una perdita di circa 200 parlamentari nel caso di elezioni.

Non dimenticando le leggi elettorali bocciate per incostituzionalità sarebbe il caso di ragionare sul serio, come non si sta facendo, sulla pericolosa fragilità del sistema che si appoggia ad una società sfibrata e squilibrata nelle sue disuguaglianze ancora accentuate dalla crisi sanitaria, economica, morale.

Una reciprocità di debolezze da cui potrebbero sorgere tentazioni di ulteriore riduzione nelle espressioni d agibilità democratica previste dalla Costituzione: la forma anomala di personalizzazione oggi al vertice dell’esecutivo potrebbe rappresentare anche un passaggio in quella direzione (si era già parlato di “salazarismo” al momento del commissariamento del governo da parte di Monti sulla spinta delle scelte compiute in quel momento dalla presidenza della Repubblica).

Le elezioni non basteranno certamente ad avviare almeno un principio di riflessione su problemi strutturali che si dimostrano in un quadro di vera e propria assenza di espressioni di soggettività politica e di classe dirigente.

Immagine di Eddie Mar Delos Angeles da Pixabay

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