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Le “dannazioni” di ieri e di oggi

di Sergio Acquilino

Il libro di Ezio Mauro “La dannazione. 1921: La sinistra divisa all’alba del fascismo” ha il pregio di aprire il dibattito sulla ricorrenza dei 100 anni dalla costituzione del Partito comunista d’Italia, diventato dal 1943 Partito comunista italiano.

L’autore, nel descrivere il XVII congresso del Partito socialista italiano, tenutosi a Livorno dal 15 al 21 gennaio 1921, conclusosi appunto con la scissione e la nascita del Pcd’I, si sofferma in modo particolare sulle intromissioni della III Internazionale, e della Russia in particolare, in allora non ancora Unione Sovietica.

Queste pressioni miravano soprattutto ad ottenere una integrale accettazione delle 21 condizioni poste per l’adesione alla III Internazionale (ed in particolare proprio il 21o punto, quello che obbligava ad espellere coloro che non avessero accettato tutte le altre condizioni, imperniate sulla necessità di costruire partiti disciplinati e rivoluzionari, legati fortemente tra loro e, ovviamente, a quello bolscevico).

Tuttavia se queste pressioni ci furono, e furono evidenti, sarebbe un errore ricondurre esclusivamente ad esse la scelta della rottura, come se Gramsci, Togliatti, Terracini, Bordiga e tutti gli altri comunisti fossero semplicemente esecutori degli ordini di Mosca.

Le divisioni all’interno del Partito socialista italiano, così come quelle in seno alla socialdemocrazia tedesca (SPD) e ad altri partiti socialdemocratici, maturavano infatti da tempo ed indipendentemente dall’influsso russo.

Queste divisioni erano, schematicamente, incentrate sulla diversa prospettiva che si apriva tra una rivoluzione immediata e risolutiva e la progressiva conquista del potere attraverso l’acquisizione del consenso, quest’ultima ancora suddivisa tra coloro che, comunque, conquistato il potere volevano utlizzarlo per costruire il socialismo e coloro che, invece, si sarebbero accontentati di migliorare le condizioni di vita delle classi lavoratrici, senza mettere in discussione il sistema produttivo capitalistico.
Letta con gli occhi di oggi, qui in Europa, questa disputa pare antistorica o, al più, oziosa.

Ma se ci immergiamo per un momento nel clima dei primi anni del ‘900 essa diventa davvero una grande, cruciale, questione che si sviluppava all’interno del variegato fronte ispirato dai valori e dagli ideali del socialismo.

Le condizioni di vita dei lavoratori erano pesanti, a partire dalla settimana lavorativa di almeno 60 ore, la povertà e la fame dilagavano insieme all’analfabetismo ed alle condizioni igieniche precarie; la guerra, poi, oltre a causare decine di milioni di vittime tra morti e feriti, aveva ulteriormente aggravato queste condizioni.

La libertà, a partire da quella di parola e di stampa, era precaria e gli stati, anche quelli per così dire “democratici”, erano ben lungi dal garantire a tutti il diritto di voto. I partiti socialisti e socialdemocratici erano avversati e perseguitati dai governi e dalle forze di polizia.

E’ evidente che in queste condizioni la rivoluzione diventava un’opzione concreta non solo nei regimi dispotici, come la Russia zarista, ma anche in quelli pseudo democratici come la Germania e, appunto, l’Italia, soprattutto verso la fine della prima guerra mondiale e nei mesi immeditamente successivi ad essa.

E, proprio allora, l’esempio dell’Ottobre sovietico faceva intravedere che la rivoluzione poteva, dopo tanti insuccessi, essere vittoriosa e rovesciare in un sol colpo lo stato borghese ed il capitalismo, avviando l’epoca socialista.

Non dobbiamo dimenticare, per citarne solo alcune, le sollevazioni popolari di Torino del 1917, gli scioperi, sempre a Torino, nell’autunno del 1920 e la rivolta dei bersaglieri ad Ancora nel giugno dello stesso anno, descritte anche nel libro di Ezio Mauro.

E, per andare fuori dall’Italia, in quella Germania che avrebbe dovuto essere la culla della rivoluzione, possiamo ricordare gli ammutinamenti dei marinai di Kiel nel novembre 1918, con le bandiere rosse a sventolare sulla flotta militare tedesca e, nelle settimane successive, la Repubblica dei consigli dei lavoratori e dei soldati di Berlino e di tante altre città tedesche, non ultima quella Monaco di Baviera che da lì a qualche anno avrebbe visto la nascita del nazismo.

E come non ricordare la breve ma significativa esperienza della Repubblica Ungherese dei consigli di Béla Kun nel 1919.

Di fronte a questi moti rivoluzionari, occorre evidenziare che l’atteggiamento dei partiti socialisti o socialdemocratici è stato molto contraddittorio, per non dire, in troppi casi, apertamente ostile, come accadde proprio in Germania quando fu il socialdemocratico Gustav Noske ad organizzare e dirigere quei Freikorps che tra la fine del 1918 e l’inizio del 1919 soffocarono i moti rivoluzionari ed assassinarono Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht.

Va ancora ricordato che da parte della Russia sovietica vi era l’assoluta necessità di rompere l’accerchiamento ed estendere la rivoluzione al “resto del mondo” e, in primo luogo, alla Germania ed all’Italia, e per questo servivano, appunto, partiti comunisti coesi, uniti attorno ad un unico centro di riferimento (la III Internazionale, appunto).

E’ in questa situazione, descritta ovviamente solo per sommi capi, che un secolo fa nel Partito socialista italiano si sviluppa il dibattito tra riformisti e rivoluzionari, ovvero tra socialisti e comunisti, ed è facendo riferimento a queste condizioni date che dobbiamo leggere, oggi, quel dibattito e le conseguenze che ne seguirono.

Non si trattò, quindi, solo di obbedire alle pressioni di Mosca ma in quei giorni andò in scena un vero e drammatico confronto sulle strategie per conquistare il potere e costruire il socialismo, obiettivo che in allora, almeno apparentemente, tutti all’interno del Partito socialista volevano ancora perseguire.

E nell’impossibilità di trovare una difficile sintesi, questa sì apertamente ostacolata da Lenin, si consumò la frattura.

Come dice Franco Astengo nel suo intervento (Livorno 1921) non è il caso, soprattutto con gli occhi dell’oggi, di discutere su chi avesse ragione e chi torto, se mai anche fosse possibile distinguere manicheamente i due schieramenti, ma è invece necessario interrogarsi sull’attualità di quella divisione.

E’ infatti del tutto evidente che ora nel nostro Occidente, la rivoluzione non è all’ordine del giorno per cui il dibattito sulla ricostruzione di una soggettività politica che si richiami al socialismo, cosa di cui c’è sempre di più disperato bisogno, deve avviarsi su altre basi.

Rimane allora, ed è questa “la dannazione” dei nostri tempi, la rinuncia a trasformare la società ed a costruire un mondo nuovo che, a partire dagli ultimi anni dell’800 e fino ai giorni nostri, ha disgraziatamente segnato man mano i partiti socialisti e socialdemocratici (e la stessa Internazionale socialista), conducendoli ad un inarrestabile declino politico.

Ed è questo il dibattito vero che dobbiamo riaprire, perché la fine dell’epoca delle rivoluzioni non significhi anche la fine della speranza di una società senza oppressi.

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