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Per (e da) Mimmo Filippi

di Franco Astengo

Era mia intenzione ricordare ancora la figura di Mimmo Filippi, con maggiore intensità di pensiero di quanto non mi sia stato possibile in una nota frettolosa scritta nell’emozione delle ore della sua scomparsa.

Come mi è capitato di scrivere ieri Mimmo è stato un grande protagonista della vita democratica di Savona nel corso degli ultimi 50 anni, una figura specchiata, di grande cultura e onestà intellettuale che tanto ci ha dato con il suo esempio e il suo impegno.

Non ho trovato di meglio però che recuperare un suo testo: uno scritto di Mimmo elaborato a suo tempo a memoria di un altro personaggio che ci ha lasciato, nel tempo, un vuoto incolmabile. Giuan Nasi.

Nel 2000, vent’anni fa, grazie all’impulso dell’US ACLI allora presieduta da Agostino Macciò fu pubblicato un testo collettaneo dal titolo “Il tempo di Giuan, luoghi e memorie dello sport savonese” dove in molti raccontammo sotto diversi aspetti quello sport savonese di cui Giuan Nasi era stato uno dei protagonisti : la parte conclusiva di quel volume era dedicata però all’impegno pastorale di Giuan e sotto un certo aspetto quella parte rappresentava anche una storia del cattolicesimo democratico a Savona negli anni dall’uscita dalla contrapposizione e dell’incontro tra diverse culture e visioni.

In molti in quel tempo avevano agito in una città operaia nell’idea della costruzione di una nuova solidarietà e di una diversa collaborazione per contribuire a fornire una visione sociale adeguata ai tempi che stavano cambiando.

Se si scorrono le pagine di quel libro troviamo la testimonianza dell’impegno di tante persone scomparse nel corso degli anni che tanto hanno dato alla nostra Città da vari punti di vista: basteranno i nomi di Ugo Tombesi, Roberto Longoni, Guido Trucco, don Silvio Ravera, don Nanni Ricci, don Giampiero Bof, Settimio Pagnini, Franco Freccero, Cesco Landucci, Emilio Pacini, Gino Pellosio, Mino e Valentino Persenda, Claudio Petitti, Pino Cava, Lauretta Biancardi, Nanni De Marco, Nico Del Buono, Andrea Pali.

Ciascuno portò in quel testo un pezzo della sua testimonianza di una Savona diversa, non solo per lo sport, ma per la capacità di fratellanza umana ciascuno nel proprio ambito, con il proprio compito, con la visione di un futuro comune, di un progresso da cercare assieme.

Mimmo nel suo intervento tratteggiò così, con la sua grande capacità di espressione d’umanità, la figura di Giuan.

Riprendere quel testo, almeno in parte, mi sembra in questo momento il migliore omaggio possibile per entrambi i protagonisti : l’autore e il destinatario che rimangono entrambi per sempre nella nostra mente e nel nostro cuore.

Caro Giuan

E’ passato tanto tempo, eppure continuo a sentirti, sembrerebbe che la tua assenza tra noi duri da troppo, che la tua voce un po’ roca si sia fatta troppo flebile per essere udita, eppure qualcosa che viene da te risuona sempre al mio orecchio, anche se qualche volta, o forse spesso, sono io che fingo di non udirti.

Ho davanti agli occhi della tua immagine fissata su quel ritaglio di giornale che ho messo sotto il vetro del mio tavolo di lavoro, ha un’espressione intenta, quasi estraniata da ciò che ti circonda. Ricordo bene il momento in cui qualcuno ti fotografò: erano i tempi di “Gioventù Aclista” era una partita di pallone ed eri tutto proteso al gioco, a quel modo così importante per te di vivere con gli altri una più grande e profonda esperienza di vita.

Ma non può essere solo un ricordo, non può la tua immagine provocare solo sterili rievocazioni: da tempo non ci sentiamo, per cui voglio scriverti tutto quello che confusamente mi assale dentro.

Mi perdonerai se non seguo un nesso logico, ma con te mi è difficile, perché con te non hanno mai avuto grande importanza i ragionamenti profondi, ma ha sempre vinto il cuore.

Sono passati ormai tanti, troppi anni da quel tragico schianto che ti ha rubato a noi, che ci ha sottratto un amico, che ti ha portato via a noi spesso così seri, così capaci di dire le cose in modo concettualmente corretto, sintatticamente appropriato, analiticamente irreprensibile.

A noi spesso così incapaci di parlare veramente perché incapaci di essere “segno” di parlare “essendo” e non “facendo”.

Con la stessa pienezza, con la stessa intensità di quel momento, di divertimento sei stato con noi nella vita, ci hai parlato con la tua persona, con il tuo gestire, con la tua voce, con il tuo cuore, con le tue pacche sulla spalla, con quel sorriso aperto e pulito, con quella profonda, totale, incondizionata disponibilità agli altri.

Non importa se era il momento del gioco, del lavoro, della riflessione, della Celebrazione Eucaristica, del soccorso all’amico, del riposo, tu c’eri sempre interamente, senza riserve.

Non eri un gran parlatore e sibilavi la “zeta” come ogni buon savonese che vive tra gli umili, che è lui stesso un umile, ma sapevi parlare agli altri, agli umili stessi, prima di tutto e soprattutto.

Non t’importava granché dei potenti e spesso sei stato per loro uno splendido segno di contraddizione; non ponevi grandi problematiche teoriche, negli ultimi anni, quando per un’autentica testimonianza di fede e per un profondo radicamento, anche per il tuo tramite, della Chiesa nel mondo, hai sublimato con il sacerdozio il tuo essere tra gli uomini, le tue omelie non erano dotte dissertazioni teologiche, ma sinceri dialoghi con gli altri.

E mi chiedo il senso che tanti di noi danno oggi al lavoro dell’uomo sia proprio quello che tu gli davi, se sia autentico quello della solidarietà o se il tuo non fosse più profondo, più incarnato, se la nostra proclamata dedizione all’altro sia vera come la tua; se mai abbiamo veramente vissuto quella capacità di non giudicare che era così profonda in te; se essere nelle Acli o nella Chiesa abbiamo saputo dare quella pienezza che tu gli hai dato.

Parlaci ancora Giuan, parlaci ancora con la semplicità della tua vita, alza la voce, grida forte, perché abbiamo un disperato bisogno di autenticità ma non sappiamo trovarla e viverla, perché oggi più che mai quel senso di umanità che tu ci hai mostrato, perché siamo sempre più frastornati, più confusi e rischiamo di non sentirti, di non sentirti più”

Oggi, nel dolore, rivolti a Mimmo verrebbe da dire “Parlaci ancora” ma non saremo mai capaci di esprimerci con quel senso profondo d’umanità con cui lui si rivolse, in quel tempo lontano, alla schiettezza umana rappresentata da Giuan Nasi.

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