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Ricucire lo strappo

di Franco Astengo

“Ricucire lo strappo” così Ezio Mauro conclude una sua intervista rilasciata a Simonetta Fiori e pubblicata dal Venerdì di Repubblica (20 Novembre): intervista dedicata al suo nuovo libro “Dannazione” nel quale racconta il congresso socialista di Livorno del 1921 quando si consumò la divisione tra socialisti e comunisti.

Esattamente la frase conclusiva del testo recita: “Forse è arrivata l’ora del grande rammendo del 1921”. Senza alcuna velleità di rivendicare primogeniture è forse il caso di ricordare che assieme al compagno Felice Besostri stiamo portando avanti da tempo l’idea di arrivare proprio al gennaio 2021, cento anni dopo, con una proposta che abbiamo definito come “Dialogo Gramsci – Matteotti”.

Una proposta che ha sicuramente suscitato interesse e anche qualche stortura di naso da parte di chi fatica a comprendere la ragione di fondo della scelta dei due personaggi presi a simbolo della nostra ipotesi.

Riassumo allora, in sintesi, cercando il massimo della chiarezza di cui posso essere capace. Ritornare a Gramsci e Matteotti dunque. E non solo in ragione del grande valore morale e politico rappresentato dalla loro comunanza di martirio, ma soprattutto per alcuni tratti comuni della loro analisi. Che ci paiono tanto proficue a tanta distanza di tempo ed entro tutt’altra temperie politica e sociale. Come preziosa ci appare la coerenza e l’intransigenza, scevra di settarismo, che sempre sottese la loro vita.

Sicuramente qualcuno potrà trovare fra i due autori testi o passaggi contradditori tra loro: condanne reciproche, interventi svolti sull’onda del contingente, che in apparenza parrebbero smentire la praticabilità di una ricerca attorno appunto a comuni “linee di successione”, ma si tratterebbe di letture superficiali e strumentali. Non ci si rapporta così ai classici. E Gramsci e Matteotti sono certamente dei classici della nostra modernità politica. Di certo a noi non interessa indulgere in polemiche di corto respiro.

  1. Recuperare poi la capacità di riflessione e intervento sul presente che fu innanzitutto propria di Gramsci e Matteotti. Se il primo infatti è stato tanto l’organizzatore degli operai di Torino, quanto l’acuto interprete dei termini essenziali della “questione meridionale” (all’epoca coincidente in larga parte con la “questione contadina”), Matteotti è stato il riferimento dei braccianti di una delle zone più povere e d’intenso sfruttamento, quella del Delta del Po, ma anche chi indagò e denunciò le trame spesso oscure che intrecciavano già allora finanza e sfruttamento delle fonti energetiche;
  2. ma decisiva è anche la questione morale. In Gramsci essa costituiva una sorta di stile di pensiero e di vita, strettamente connessa alla fatica del pensiero, al rigore degli studi e delle analisi indispensabili all’azione politica di una classe operaia che doveva essere classe dirigente nazionale. Ebbene era la stessa serietà e intransigenza che animava Matteotti, quella che sempre ne sostenne l’azione politica e parlamentare; si pensi solo alla capacità d’inchiesta, alla fermezza con cui agitò proprio la “questione morale” in faccia al fascismo rampante, quella stessa che costituì la vera ragione della sua condanna a morte;
  3. ora fu proprio una radicale e coerente capacità di analisi a consentire sia a Gramsci sia a Matteotti di antivedere le dinamiche sociali e politiche che avrebbero portato al regime fascista. La cosa è tanto più significativa perché le loro intuizioni si sviluppavano in un clima nel quale, anche in ambiente antifascista, inizialmente ci si illuse che il movimento mussoliniano potesse essere solo un fenomeno passeggero, una “parentesi”, magari addirittura utile per riportare all’ordine liberale, dopo i drammi della guerra mondiale e dell’immediato dopoguerra. Del resto allora addirittura a sinistra vi fu chi non riuscì a cogliere la pericolosità del fenomeno, considerandolo mero elemento degenerativo del capitalismo, cui ovviare attraverso il mero rilancio della dinamica della lotta di classe.

Ebbene le analisi ben altrimenti approfondite di Gramsci e Matteotti, un certo stile intellettuale e morale, tornarono utili non solo dopo il 1945 per la ricostruzione dei grandi partiti della sinistra dell’Italia repubblicana, ma mantengono un’intatta utilità ancora oggi, in un paese in cui la sinistra è letteralmente scomparsa e ci troviamo di fronte a problemi immani ed inediti di rifondazione e ricostruzione.

Per questo ci sembra indispensabile avviare un processo di “confronto costituente”. Gramsci e Matteotti possono contribuire a trovare la giusta direzione di marcia. Il “rammendo” evocato da Mauro può allora principiare da:

  1. L’inutilità del mero assemblaggio delle residue forze esistenti e della stanca riproposizione di liste elettorali sempre diverse, ma immancabilmente votate al fallimento;
  2. la necessità di richiamarsi ad un patrimonio storico e culturale valido sia sul piano della teoria, sia su quello della dinamica politica, superando in avanti antiche divisioni. Di qui l’impegno ad evitare d’ora in avanti ogni ridicola diatriba sul “aveva ragione questo” o “aveva torto quello”, come ogni pretestuosa richiesta di scuse davanti alla storia (anzi alla Storia) ecc., ecc.;
  3. è ora di riavviare, senza anacronistici riferimenti a modelli passati (Bad Godesberg, Epinay, Primavera di Praga: tra l’altro tra loro del tutto diversi) l’elaborazione di un progetto originale che riparta delle contraddizioni e “fratture” fondamentali, incrociandole però con le nuove contraddizioni imposte dal presente. Se da una parte infatti non basta più da sola l’antica “contraddizione principale” fra capitale e lavoro, certo non si può neanche sbilanciare il discorso dall’altra parte, lasciando campo solo a temi pure urgenti come la questione ambientale, peraltro strettamente legata al modo di produzione, o una strategia dei diritti riorganizzata esclusivamente attorno alle questioni di genere. Occorre invece tornare a pensare insieme i due piani: materiale e immateriale, struttura e sovrastruttura, economia e diritto. Le faglie oggi definite “post- materialiste” devono stare dentro una strategia complessiva di trasformazione dell’esistente. Per dirla con Carlo Marx: “Non basta interpretare il mondo, occorre cambiarlo”;
  4. Strettamente connesso a quanto appena detto sui mutati rapporti tra economia e politica, finanza e modello sociale, tecnica e vita civile, è anche lo sfrangiarsi individualistico della società, ma soprattutto la crisi evidente della democrazia, palesatasi dopo il 1989. Allora la fine della Guerra Fredda lungi dall’aprire ad un’epoca di “noia democratica”, ad un mondo pacificato all’insegna del liberalismo/liberismo, aprì piuttosto all’epoca della “guerra infinita” ovvero a modelli equivoci detti di “democrazia del pubblico” o “democrazia recitativa”. Si aprì insomma un’epoca di tensioni planetarie potenzialmente antidemocratiche, fondate sulla scissione tra procedimento elettorale e partecipazione dei cittadini, con l’esercizio del potere popolare messo pericolosamente in discussione. Per questo la sua rifondazione è oggi più che mai una priorità per una nuova sinistra che voglia essere all’altezza delle sfide del tempo nuovo;
  5. Quale “tempo nuovo” soprattutto in quella che sarà il post emergenza sanitaria. Così si pone un interrogativo: è davvero finita l’era delle “magnifiche sorti e progressive” e ci troviamo nella condizione dell’essere finito, limitato, imperfetto? Chi intende continuare a pensare alla giustizia sociale dell’uguaglianza pare proprio trovarsi davanti a un bivio. Preso atto della necessità di comprendere la condizione di “limite” come definire, allora, un nuovo obiettivo di sviluppo. Oppure non resta da fare altro che ripiegare su di un pensiero di mera conservazione lasciando campo libero agli appetiti dell’egoismo? Si pone così davvero il tema di un mutamento di paradigma.  Così si pone un interrogativo: è davvero finita l’era delle “magnifiche sorti e progressive” e ci troviamo nella condizione dell’essere finito, limitato, imperfetto? Chi intende continuare a pensare alla giustizia sociale dell’uguaglianza pare proprio trovarsi davanti a un bivio. Preso atto della necessità di comprendere la condizione di “limite” come definire, allora, un nuovo obiettivo di sviluppo. Oppure non resta da fare altro che ripiegare su di un pensiero di mera conservazione lasciando campo libero agli appetiti dell’egoismo?
  6. Non servono voci figlie della catastrofe. Si pensava di “cercare ancora” per trovare vie di nuovo sviluppo e modificare le grandi storture della modernità. Adesso siamo davanti alla necessità di un ripensamento generale ad un livello che non avremmo mai immaginato e che potrebbe essere indicato come “di civiltà”. Dobbiamo provarci a muoverci pensando a quella dimensione propria di un orizzonte del “limitato” che richieda l’affermazione di una ricerca sull’uguaglianza. Si tratta di rifletterci e di trovare la strada per adeguare la nostra pratica politica,anche se abbiamo disperato bisogno di ritrovare tutto il pragmatismo necessario  che serve per affrontare le lotte del giorno per giorno che, beninteso, continuano. Se pensiamo di andare avanti a contrastare l’egemonia della forza basata sull’esclusività del dominio della tecnologia e della conseguente concentrazione di potere,  bisognerà disegnare quello che mi permetto di definire come un “socialismo della finitudine”.
  7. Il primo punto di programma di una aggregazione politica così teoricamente impostata dovrebbe  allora essere quello rappresentato dalla progettazione e da una programmazione di un gigantesco spostamento di risorse tale da modificare profondamente il meccanismo di accumulazione dominante. Una progettazione e una programmazione che non potrà essere che governata dal “pubblico”. In questi giorni sono stati evocati, sia pure impropriamente, i modelli usati al termine della seconda guerra mondiale, il Piano Beveridge e quello Marshall (due strumenti, beninteso, affatto diversi tra loro anche dal punto di vista degli obiettivi politici che attraverso di essi si intendevano perseguire). Viviamo tempi completamente diversi da allora  e quegli strumenti non possono essere presi ad esempio, ma la mole complessiva dello spostamento di risorse dal privato al pubblico e l’assoluta necessità di una lotta serrata alle disuguaglianze può ben essere indicata come quantitativamente riferita a quei modelli. La lotta all’allargamento dei meccanismi di sfruttamento nella dimensione di classe è l’altro punto che va posto all’ordine del giorno: un allargamento delle logiche e delle pratiche di sfruttamento che è insieme di quantità e di qualità al punto tale da provocare una rovesciamento di alcuni dei nostri tradizionali fondamenti d’analisi.Si ravvede, inoltre, un’altra differenza fondamentale: nel periodo in cui furono lanciati il Piano Beveridge e quello Marshall il mondo si trovava nella fase di una nuova aggregazione politica attraverso l’idea delle Nazioni Unite; nel periodo , sicuramente convulso ma aperto a grandi speranze, della decolonizzazione e nell’avvio della “guerra fredda”.Oggi l’emergenza sanitaria sconvolge l’assetto consolidato in un momento in cui si stava attraversando una forte difficoltà per quell’accelerazione nei meccanismi di scambio che abbiamo definito come “globalizzazione” con l’ingresso nel novero delle grandi potenze di nuovi attori politici portatori di diversi sistemi di governo della politica e dell’economia.
  8. Il rilancio del progetto riguardante il “Dialogo Gramsci Matteotti” potrebbe avvenire su queste basi, sia pure semplicemente indicative e del tutto incomplete, chiamando non appena possibile tutti i soggetti politici e culturali presenti nel frammentato arcipelago della sinistra italiana a confrontarsi su idee riguardanti una realtà futura della quale non riusciamo ancora a intravedere i contorni. Una realtà futura al riguardo della quale però le opzioni di lotta allo sfruttamento, di affermazione dell’uguaglianza, di solidarietà nella democrazia pluralista dovranno obbligatoriamente trovare cittadinanza ed espressione sul piano di una dimensione di soggettività politica capace di adeguarsi a prospettive di un domani quanto mai incerto per tutte le generazioni.

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